sabato 11 febbraio 2012
La parola agli altri...per una volta
Relativamente al mio ultimo post volevo segnalarvi alcuni post di autori vari, tutti, in qualche modo, correlati con l’argomento università, sogni e caduta degli stessi. Perché di gente che parla del sogno impossibile (che a volte si trasforma in un incubo) di stare all’università, ne è pieno il mondo. A partire da una fonte autorevole come l’Economist il cui post "Why doing a PhD is often a waste of time" spiega come spesso gli studenti di dottorato siano “usati” dall’università come manodopera a buon mercato sfruttando il sogno che questi coltivano di diventare un giorno professori. Il post si conclude con una frase molto dura, che però ho sperimentato sulla mia pelle essere vera: "pochi saranno in grado di accettare che nemmeno l’impegno costante e l’essere geniali potranno essere sufficienti per farcela, e che, alla fine avrebbero fatto meglio a fare qualcos’altro nella vita" (mia libera traduzione dal sito).
Un altro post molto critico sul sistema universitario che sfrutta i sogni di questi ragazzi che intraprendono la strada del dottorato sperando un giorno di divenire professori universitari è quello di Larry Cebula che in una lettera aperta ai suoi studenti molto esplicitamente dichiara "No, tu non puoi essere un professore". Nel post l’autore chiede a chi è dall’altra parte della cattedra di essere onesto, di non alimentare le illusioni e di dire francamente a questi ragazzi che, sic stantibus rebus, è più facile vincere alla lotteria che diventare professori. Così scrive (anche in questo caso la mia è una libera traduzione dal sito): "No, non diventerai un professore famoso, questo non accadrà. Prima accetti questa cosa e meglio sarà per te. Questo non perché tu non sia abbastanza intelligente. Tu sei abbondantemente intelligente. In ogni caso, portare a termine un dottorato è più una questione di perseveranza che di intelligenza. La ragione per la quale non diventerai un professore è che semplicemente questo lavoro sta sparendo, e nonostante questo i programmi di dottorato continuano a sfornare il più elevato numero di Ph.D. di sempre."
Infine, come non citare "Goodbye Academia I get a life" che è stato probabilmente uno dei primi post che ho scoperto sull’argomento e che mi ha molto affascinato per come la situazione del protagonista rispecchiava la mia, tanto da ispirare il titolo di un mio post . L’autore (tra l’altro italiano) racconta come uno dei suoi primi ricordi d’infanzia risalga ai suoi cinque anni quando dichiarava fiero a sua madre che sarebbe diventato uno scienziato. Nel post spiega la differenza tra i sogni e la realtà, tra l’amare la scienza e il praticarla, cosa, quest’ultima, che svela spesso un mondo poco ortodosso, in cui si è disposti a tutto pur di farsi spazio, ma essere scienziati non dovrebbe poi essere un "mestiere nobile"? Intrappolato nel sogno, quando si è accorto di aver perso la sua vita, almeno due relazioni sentimentali importanti e aver, in cambio, guadagnato una gastrite permanente e sei mesi di cura con antidepressivi, ha deciso di lasciare tutto. E in quel momento si è ricordato che l’università non era tutto nella sua vita, che prima che la sua vita fosse permeata dalla ricerca al 100% lui aveva numerosi altri interessi, cose che amava e che avrebbe voluto iniziare a fare di nuovo. E così termina: "Lasciare l’università per reclamare la propria vita non è un fallimento, è svegliarsi e vincere."
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martedì 31 gennaio 2012
Prigionieri di un sogno
Oggi ho vissuto un’esperienza che voglio raccontare in quanto mi ha aperto gli occhi sulla natura della mente umana e sulla sua capacità di intrappolarci in ciò che ci convinciamo essere dei sogni e che, invece, sono molto più simili a incubi.
Oggi sono andata a fare forse l’ultimo concorso della storia che assegnava un posto come “ricercatore a tempo indeterminato”, una chimera ormai, una cosa che ai nostri figli sarà raccontata come una di quelle cose belle dei tempi andati, tanto ambite e che, poi, purtroppo, come tante cose, sono sparite (forse per allora sarà sparito anche l’art.18). Ci sono andata un po’ controvoglia e consapevole, dopo numerosi concorsi, che tanto è inutile se non sei tu “il candidato prescelto”. Però, alla fine, la speranza è sempre l’ultima a morire, e anche se faccio un altro lavoro ormai, uno ci spera sempre che magari nella commissione due su tre commissari siano giusti, o che per un attimo si sovvertano le regole o più semplicemente uno ci va perché non vuole un giorno svegliarsi con il rimorso di non averci provato, “e se al candidato designato si rompe la macchina e non fa in tempo ad arrivare al concorso?”
E così giochiamo ogni volta questa lotteria, con la speranza che qualcosa possa cambiare e la consapevolezza che nulla cambierà mai. Oggi ho avuto l’occasione di rivedere ex-colleghi, ricercatori precari come io lo ero solo fino a qualche mese fa, gente che incontro, periodicamente, ai concorsi. La cosa triste è che tutte queste persone mi sono di colpo apparse diverse dalle altre volte, sarà che li guardavo da un’altra prospettiva, non so, però notavo i loro capelli bianchi, i visi segnati dalla stanchezza (più mentale che fisica), ma soprattutto il loro “avvelenamento” nei confronti dell’Università italiana, che sembrano amare e odiare profondamente allo stesso tempo. Per cui mi sono sembrati di colpo prigionieri, prigionieri di un sogno, li rivedevo nella mia mente quando li avevo conosciuti, freschi di dottorato, entusiasti, felici, vogliosi di fare cose grandi e importanti. Adesso li vedevo davanti a me, rabbiosi, delusi, avvelenati. Vogliosi di stare all’università ormai per una sola ragione: avevano investito troppi anni della loro vita, troppi week-end, troppe vacanze mancate, per accettare adesso di mollare tutto. Il posto era un loro diritto, perché lo avevano conquistato sul campo di battaglia e adesso meritavano quella medaglia. Mi sono parsi ciechi, accecati da un sogno che ormai li imprigiona come un incubo, che devono per forza realizzare per non sentirsi inutili, falliti, perdenti. Ma quale vittoria li aspetta? Un sogno può dirsi ancora tale quando ti avvelena la vita e ti “scava” dentro fino a svuotarti di ogni entusiasmo? Quando realizzarlo diventa un obbligo più che un piacere? Se un sogno imbruttisce la nostra anima non può dirsi sogno, il sogno rende liberi, non incatena, non imprigiona.
Quando ho lasciato l’università italiana è stato proprio perché sentivo che qualcosa stava iniziando ad incrinarsi dentro, che l’essere sempre arrabbiata, frustrata, stressata non era la vita che avevo sempre sognato, appunto sognato(!).
La felicità, per quanto può essere arduo da credere, dopo che si è investito tanto in un “lavoro”, non viene dal lavoro che facciamo, non viene neanche dal realizzare (quelli che crediamo siano) i nostri sogni, non quando un sogno ci spegne il sorriso, ci avvelena e non ci fa più vedere il bello che c’è intorno e che ci può rendere felici anche quando con il nostro lavoro non ha nulla a che fare. Sono contenta di essere andata via dall’università italiana, anche se il lavoro di adesso non mi entusiasma, ma credo di essermi accorta in tempo che continuare con l’università non faceva bene alla mia anima, una piccola vocina del cuore mi ha spinto a scappare, non da un sogno, ma da un incubo.
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sabato 7 gennaio 2012
Buoni propositi per il 2012
L’inizio di un nuovo anno è sempre caratterizzato da buoni propositi, però io non so ancora quali saranno i miei buoni propositi per quest’anno e quindi faccio un passo indietro, prima di pensare al futuro voglio pensare al passato, voglio fare una review di questo anno appena trascorso e vedere un po’ cosa ho combinato, di bello e…di brutto.
La prima cosa che mi viene in mente è sicuramente lo shiatsu, anche perché forse è stata la prima cosa importante dell’anno appena trascorso: a gennaio 2011 ho iniziato la scuola di shiatsu ed è ormai un anno che sono parte di questo meraviglioso mondo, fatto di relazione con l’altro, basata sul rispetto, la compassione, il non giudizio, in una sola parola…l’amore.
Sono contenta di aver intrapreso questa strada, così diversa da quelle che percorro abitualmente, ma che sento in un certo senso appartenermi, anche se non so bene dove mi porterà (ma questo è un altro post).
Poi sempre quest’anno ho dato seguito a un mio vecchio buon proposito dell’anno 2009 (!!!) quello di imparare lo spagnolo. Certo, a onor del vero, c’è da dire che ho solo frequentato un corso base e cha da giugno a oggi ho già praticamente dimenticato tutto…però è un inizio, almeno!
Sempre a giugno, oltre a finire il corso di spagnolo, ho anche finito il mio rapporto con l’università, dopo 7 anni, e si, come per i matrimoni, la crisi si fa sentire sempre al settimo anno!
E’ stata una scelta sofferta, ma inevitabile, obbligata, che però non rimpiango, perché in “quelle condizioni” non si poteva veramente andare avanti. Da metà anno ho una nuova vita, vivo anche in una città diversa, insomma un po’ di cambiamenti.
Nel Gennaio del 2009 avevo anche fatto altri due buoni propositi, il primo, leggere più libri, quest’anno è stato pienamente rispettato e, grazie ad aNobii, potete dare un’occhiata a quanti ne ho letti solo in metà anno!
L’ultimo proposito del 2009 recitava: "Capire cosa voglio fare da grande (L'impresa più ardua)". Su questo non posso dire di aver fatto dei grandi passi in avanti, procedo a tentoni, per trial and error, e dopo tre anni brancolo ancora nel buio. Mi è capitato, a volte, di credere che alcune strade fossero la strada giusta, ma oggi posso dire che la strada giusta non so ancora quale sia con precisione.
E non ho per questo post una conclusione a effetto, una frase che vi lasci sorpresi o meravigliati, niente di tutto questo, so solo che da qualche parte nel mio cuore è nascosta la chiave della felicità, ma che è ricoperta da troppe cose, e che c’è bisogno di essere presenti, molto più presenti per capire dove veramente voglio andare.
Il buon proposito per questo nuovo anno potrebbe essere questo: "essere più presenti a sé stessi, andare nel profondo del proprio cuore e ascoltarlo, zittendo la mente per più di qualche istante, in modo da capire quello che veramente siamo e vogliamo". Tutto il resto, sono certa, arriverà di conseguenza. Vediamo se almeno questo proposito riesco a mantenerlo.
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lunedì 2 gennaio 2012
La bellezza nascosta della Calabria
Quest’anno ho deciso per la prima volta di fare un capodanno diverso, di solito preferisco non uscire e stare con la famiglia, anche perché odio i veglioni nelle sale ricevimento, dove paghi un sacco e devi “per forza” divertirti. Abbiamo optato per una gita fuori porta, poiché due amici dovevano venire a trovarci e volevamo portarli un po’ in giro. Alla fine questi nostri amici non sono venuti più, ma noi abbiamo deciso lo stesso di andare…dove lo abbiamo deciso il 30 gennaio, come sempre last minute.
Ma, come sempre, ho mantenuto il mio fiuto per i b&b e ho scelto un posto veramente carino, o almeno così sembrava in foto…dal vivo avremmo avuto modo di verificare presto.
E così siamo partiti il 31 mattina alla volta della Calabria, statale 106, un incubo d’estate, ma quasi deserta mentre la percorrevamo in scioltezza, quasi come in quei film americani che raccontano di avventurosi coast-to-coast.
La prima tappa è stata Roseto capo spulico e il suo spettacolare castello.
Il sole splendeva e si rifletteva sul mare e lì abbiamo pranzato con mandarini, uva e ciambella, in previsione del cenone ci siamo tenuti leggeri ;).
Poi abbiamo ripreso il viaggio e dopo poco abbiamo lasciato la 106 per iniziare a salire sui monti, destinazione Civita. Un paesino arroccato su un monte da cui si ha una splendida vista del golfo dello Ionio. Il b&b “La Ginestra” era anche meglio che in foto, e la signora Dina simpaticissima ci ha subito offerto i dolcetti fatti in casa. Ci siamo trovati da subito immersi in un’atmosfera a misura d’uomo e siamo partiti alla scoperta delle Gole del Raganello e del ponte del Diavolo.
La discesa è stata lunga, ma la salita dopo lo è stata ancor di più! Però la vista delle gole ci ha ricompensato della fatica e ci ha fatto venir voglia di tornare in estate per poter esplorare i vari sentieri che si dipanavano e si inoltravano nella vegetazione.
Siamo tornati nel b&b stremati e dopo un riposino siamo andati in paese. Abbiamo scoperto entrando nell’unica Chiesa del paese che Civita è una comunità arbëreshë e come tale segue il rito ortodosso, per cui la Chiesa conservava le bellissime icone greco-ortodosse. Abbiamo assistito a una parte del rito, alla fine del quale il sacerdote ha illustrato un po’ di statistiche sul paesino, tipo il fatto che aveva 955 abitanti (quindi rischiava di essere cancellato), che vi erano stati 19 morti e 6 nascite, 22 immigrati e 24 emigrati, 12 battesimi e 4 matrimoni (ma tutti di forestieri). Insomma, un paesino che, come molti, si va spopolando, ma che conserva intatta la sua bellezza.
La sera ci aspettava il cenone in un ristorante del paese, non sapevamo cosa aspettarci, chi avrebbe partecipato, giovani, anziani, avremmo ballato tutta la sera mazurche? In realtà non ci importava molto, eravamo contenti di essere in un paesino, lontani dal mondo senza pensieri. Alle 21 siamo arrivati al ristorante, due sale, non grandissime, foto di Gattuso alle pareti, animazione musicale non eccelsa, ma ci dava l’idea di essere tornati indietro di qualche anno, però il tutto era compensato da cibo sopraffino. I commensali erano poi molto folcloristici, una famiglia con zie, zii, cugini e la matriarca (la nonna :) che erano di un’eleganza quasi fuori luogo, e un po’ cozzavano con l’atmosfera casereccia del posto, ma davano colore. Poi, mischiati ai turisti, la gente del luogo, anche loro con l’abito della festa. Accanto al nostro tavolo c’era una coppia di fidanzati, lui ha passato tutta la serata a mimarle il menu, e sembravano divertirsi un sacco a fare questo gioco, tanto che non hanno mai smesso un attimo. Al tavolo accanto c’era una coppia di gente del luogo, lei, una signora sulla cinquantina, aveva una passione sfrenata per il ballo e avrebbe ballato tutta la serata, se solo suo marito gliel’avesse concesso.
Due tavoli più in là una coppia di cinquantenni, compagni, non sposati, totalmente immersi nel mondo 2.0, dotati di Iphone hanno passato tutta la serata ad aggiornare il loro stato su Facebook e a controllare eventuali commenti, alla faccia di chi dice che sono i giovani ad sempre immersi nel mondo dei social network! Infine i più strani erano un trio: lui, lei e l’altro. Solo che l’altro sembrava essere più l’altro di lui che di lei. I due ragazzi hanno infatti passato tutta la serata a parlare e scambiarsi sguardi interessati, mentre la fidanzata di uno dei due li guardava con sguardo annoiato. La mezzanotte è arrivata, sono arrivate anche le lenticchie con il cotechino e infine anche l’ora di andare a dormire, contenti e felici. La mattina ci aspettava una colazione a base di prodotti tipici: crostate, biscotti fatti in casa, code di rospo farcite di marmellate fatte in casa, e poi, naturalmente, caciocavallo e prosciutto di produzione propria…non avevamo molta fame, ma non abbiamo saputo dire di no, non potevamo proprio.
Siamo quindi partiti alla volta di Cerchiara, alla scoperta del Santuario della Madonna delle Armi, un santuario arroccato a più di 1000m di altezza alle pendici del monte Sellaro.
Uno spettacolo, non solo il monastero, ma anche la vista, tutto il golfo dello Jonio e tutta la Calabria, fin quasi alla sua punta estrema.
Questo viaggio mi ha fatto riscoprire la Calabria come terra ricca di luoghi bellissimi, troppo spesso sottovalutata e poco valorizzata.
Torneremo ancora, altre avventure ci aspettano, sperando di rincontrare la gente semplice e affettuosa che ci ha accolto questa volta come fossimo due di famiglia.
Ma, come sempre, ho mantenuto il mio fiuto per i b&b e ho scelto un posto veramente carino, o almeno così sembrava in foto…dal vivo avremmo avuto modo di verificare presto.
E così siamo partiti il 31 mattina alla volta della Calabria, statale 106, un incubo d’estate, ma quasi deserta mentre la percorrevamo in scioltezza, quasi come in quei film americani che raccontano di avventurosi coast-to-coast.
La prima tappa è stata Roseto capo spulico e il suo spettacolare castello.
Il sole splendeva e si rifletteva sul mare e lì abbiamo pranzato con mandarini, uva e ciambella, in previsione del cenone ci siamo tenuti leggeri ;).
Poi abbiamo ripreso il viaggio e dopo poco abbiamo lasciato la 106 per iniziare a salire sui monti, destinazione Civita. Un paesino arroccato su un monte da cui si ha una splendida vista del golfo dello Ionio. Il b&b “La Ginestra” era anche meglio che in foto, e la signora Dina simpaticissima ci ha subito offerto i dolcetti fatti in casa. Ci siamo trovati da subito immersi in un’atmosfera a misura d’uomo e siamo partiti alla scoperta delle Gole del Raganello e del ponte del Diavolo.
La discesa è stata lunga, ma la salita dopo lo è stata ancor di più! Però la vista delle gole ci ha ricompensato della fatica e ci ha fatto venir voglia di tornare in estate per poter esplorare i vari sentieri che si dipanavano e si inoltravano nella vegetazione.
Siamo tornati nel b&b stremati e dopo un riposino siamo andati in paese. Abbiamo scoperto entrando nell’unica Chiesa del paese che Civita è una comunità arbëreshë e come tale segue il rito ortodosso, per cui la Chiesa conservava le bellissime icone greco-ortodosse. Abbiamo assistito a una parte del rito, alla fine del quale il sacerdote ha illustrato un po’ di statistiche sul paesino, tipo il fatto che aveva 955 abitanti (quindi rischiava di essere cancellato), che vi erano stati 19 morti e 6 nascite, 22 immigrati e 24 emigrati, 12 battesimi e 4 matrimoni (ma tutti di forestieri). Insomma, un paesino che, come molti, si va spopolando, ma che conserva intatta la sua bellezza.
La sera ci aspettava il cenone in un ristorante del paese, non sapevamo cosa aspettarci, chi avrebbe partecipato, giovani, anziani, avremmo ballato tutta la sera mazurche? In realtà non ci importava molto, eravamo contenti di essere in un paesino, lontani dal mondo senza pensieri. Alle 21 siamo arrivati al ristorante, due sale, non grandissime, foto di Gattuso alle pareti, animazione musicale non eccelsa, ma ci dava l’idea di essere tornati indietro di qualche anno, però il tutto era compensato da cibo sopraffino. I commensali erano poi molto folcloristici, una famiglia con zie, zii, cugini e la matriarca (la nonna :) che erano di un’eleganza quasi fuori luogo, e un po’ cozzavano con l’atmosfera casereccia del posto, ma davano colore. Poi, mischiati ai turisti, la gente del luogo, anche loro con l’abito della festa. Accanto al nostro tavolo c’era una coppia di fidanzati, lui ha passato tutta la serata a mimarle il menu, e sembravano divertirsi un sacco a fare questo gioco, tanto che non hanno mai smesso un attimo. Al tavolo accanto c’era una coppia di gente del luogo, lei, una signora sulla cinquantina, aveva una passione sfrenata per il ballo e avrebbe ballato tutta la serata, se solo suo marito gliel’avesse concesso.
Due tavoli più in là una coppia di cinquantenni, compagni, non sposati, totalmente immersi nel mondo 2.0, dotati di Iphone hanno passato tutta la serata ad aggiornare il loro stato su Facebook e a controllare eventuali commenti, alla faccia di chi dice che sono i giovani ad sempre immersi nel mondo dei social network! Infine i più strani erano un trio: lui, lei e l’altro. Solo che l’altro sembrava essere più l’altro di lui che di lei. I due ragazzi hanno infatti passato tutta la serata a parlare e scambiarsi sguardi interessati, mentre la fidanzata di uno dei due li guardava con sguardo annoiato. La mezzanotte è arrivata, sono arrivate anche le lenticchie con il cotechino e infine anche l’ora di andare a dormire, contenti e felici. La mattina ci aspettava una colazione a base di prodotti tipici: crostate, biscotti fatti in casa, code di rospo farcite di marmellate fatte in casa, e poi, naturalmente, caciocavallo e prosciutto di produzione propria…non avevamo molta fame, ma non abbiamo saputo dire di no, non potevamo proprio.
Siamo quindi partiti alla volta di Cerchiara, alla scoperta del Santuario della Madonna delle Armi, un santuario arroccato a più di 1000m di altezza alle pendici del monte Sellaro.
Uno spettacolo, non solo il monastero, ma anche la vista, tutto il golfo dello Jonio e tutta la Calabria, fin quasi alla sua punta estrema.
Questo viaggio mi ha fatto riscoprire la Calabria come terra ricca di luoghi bellissimi, troppo spesso sottovalutata e poco valorizzata.
Torneremo ancora, altre avventure ci aspettano, sperando di rincontrare la gente semplice e affettuosa che ci ha accolto questa volta come fossimo due di famiglia.
martedì 12 luglio 2011
Fare lo scrittore
E’ una sera d’estate, calda, fin troppo, e non posso fare a meno di bere bicchieroni di menta ghiacciata, uno dopo l’altro, sperando che la sete si calmi e, con l’avvicinarsi della notte, anche il caldo. Forse è una speranza vana, ma come ogni speranza non va uccisa, ma sostenuta, sempre. Oggi sono in vena di scrivere, ma non di scrivere un semplice post, come sto facendo, ma sono innamorata, di nuovo, dell’idea di scrivere.
Fare la scrittrice è sempre stato il mio sogno, sin da quando ero bambina, e ho sempre creduto, anche se con momenti di up&down, che un giorno ci sarei riuscita.
Quando smettevo di crederci c’era sempre qualche evento che faceva rinascere la speranza, per esempio c’è stato il periodo dei romanzi di Montalbano, e quando ho letto l’età di Camilleri ho pensato: “Succeda quel che succeda non devo mai smettere di sperare di realizzare questo sogno, neanche a 70 anni, se per allora non sarò ancora diventata una scrittrice di successo. Vedi Camilleri, è diventato famoso quando alla sua età gli altri sono ormai in pensione e si limitano a fare passeggiate nei parchi con i nipotini”.
E poi non è mica il solo, ci sono tante storie di scrittori famosi, che prima di diventare scrittori facevano un “mestiere normale”.
Uno di questi scrittori ho incontrato qualche sera fa a un Festival del libro (Il libro possibile), uno dei tanti che ci sono in estate. C’è da dire che non era uno scrittore come tanti, era uno dei miei preferiti. La cornice del Festival era bellissima, scrittori famosi ed emergenti raccontavano i loro libri in diverse piazze del paese, tutti per un tempo limitato, mezz’ora per raccontare il loro libro, per far venire voglia a noi lettori di leggerlo. Il programma prevedeva diverse presentazioni in altrettante corti del paese, che come tanti piccoli teatri a cielo aperto accoglievano i lettori desiderosi di ascoltare. E’ stata una serata bellissima e la gente è rimasta ad ascoltare gli scrittori finalisti del premio Strega fino all’una e un quarto, tanto che Edoardo Nesi, fresco di premio Strega vinto solo poche ore prima ha detto: “Sono contento di essere venuto qui a Polignano e non essere rimasto a casa mia a Prato a riposarmi, anche se sono stremato. Non ho mai visto una piazza così gremita di gente per ascoltare scrittori parlare dei loro libri, peraltro ad un’ora così tarda!”.
Ma torniamo al punto del post, al mio ritorno di fiamma per il mio sogno di sempre, fare la scrittrice, non diventare scrittrice, perché ogni scrittore ha sempre la presunzione di esserlo già ☺.
Alla fine di ogni presentazione gli autori erano disponibili per firmare le copie dei loro libri e io, naturalmente, ne avevo portate ben due da far firmare! Quando è stato il mio turno - dopo una lunga fila in cui strizzavo il mio cervello pensando a cosa dire e soprattutto pensavo “non dire frasi banali, ti prego!” – ho deciso di fare la domanda che più mi stava a cuore, ma prima, educatamente, dopo aver porto il mio libro e detto il mio nome, ho chiesto: “Posso farle una domanda?” e lui, altrettanto educatamente: “Certo, dimmi Azzurra” e qui non posso non aprire una piccola parentesi sul tono amichevole con cui lui mi si è rivolto, portando il dialogo su una soglia così diversa da quella iniziale che io, senza accorgermene, ho continuato passando al più confidenziale “tu”.
“Volevo chiederti se quando facevi XXX [il suo lavoro] sapevi o pensavi che un giorno saresti diventato scrittore” e lui, visibilmente emozionato, come se gli avessi chiesto qualcosa che lo toccava profondamente nell’intimo, mi risponde con gli occhi bassi e quasi non riesce a guardarmi mentre dice (e c’è da dire che io non pensavo assolutamente di provocare questa reazione di emozione, anzi, pensavo: chissà quante volte gli avranno fatto questa domanda, mi risponderà scocciatissimo e invece…) “Lo sognavo sempre, ma non pensavo che sarebbe accaduto, ma la vita è così, a volte capita un evento, una scintilla e cambia tutto” e allora io quasi per venirgli in soccorso e toglierlo dall’imbarazzo in cui mi sembrava di averlo posto con la mia domanda ho detto: “Quindi posso continuare a sperare che un giorno…” e lui “Si certo, nella vita non si può mai dire, io non pensavo, ma, vedi, è difficile da spiegare con le parole” e su questa frase gli ho stretto la mano, dopo avergli detto che il libro che mi aveva appena firmato era bellissimo (eh, non ce l’ho fatta a non essere banale, sorry) e sono quasi scappata, perché mi sembrava di avergli chiesto una cosa che lo toccava troppo nell’intimo, in un momento che di intimo non aveva nulla, il chiasso, la gente e il poco tempo a disposizione tutto intorno. Sono andata via, ma mi sono fermata non troppo lontano, per cui potevo guardarlo continuare a firmare autografi e lì con mio sommo stupore mi sono commossa.
Uno scrittore che resta senza parole, uno scrittore che mi dice: “E’ difficile da spiegare con le parole”?!
Si, nella vita può succedere di tutto.
Si deve sempre continuare a sperare.
Fare la scrittrice è sempre stato il mio sogno, sin da quando ero bambina, e ho sempre creduto, anche se con momenti di up&down, che un giorno ci sarei riuscita.
Quando smettevo di crederci c’era sempre qualche evento che faceva rinascere la speranza, per esempio c’è stato il periodo dei romanzi di Montalbano, e quando ho letto l’età di Camilleri ho pensato: “Succeda quel che succeda non devo mai smettere di sperare di realizzare questo sogno, neanche a 70 anni, se per allora non sarò ancora diventata una scrittrice di successo. Vedi Camilleri, è diventato famoso quando alla sua età gli altri sono ormai in pensione e si limitano a fare passeggiate nei parchi con i nipotini”.
E poi non è mica il solo, ci sono tante storie di scrittori famosi, che prima di diventare scrittori facevano un “mestiere normale”.
Uno di questi scrittori ho incontrato qualche sera fa a un Festival del libro (Il libro possibile), uno dei tanti che ci sono in estate. C’è da dire che non era uno scrittore come tanti, era uno dei miei preferiti. La cornice del Festival era bellissima, scrittori famosi ed emergenti raccontavano i loro libri in diverse piazze del paese, tutti per un tempo limitato, mezz’ora per raccontare il loro libro, per far venire voglia a noi lettori di leggerlo. Il programma prevedeva diverse presentazioni in altrettante corti del paese, che come tanti piccoli teatri a cielo aperto accoglievano i lettori desiderosi di ascoltare. E’ stata una serata bellissima e la gente è rimasta ad ascoltare gli scrittori finalisti del premio Strega fino all’una e un quarto, tanto che Edoardo Nesi, fresco di premio Strega vinto solo poche ore prima ha detto: “Sono contento di essere venuto qui a Polignano e non essere rimasto a casa mia a Prato a riposarmi, anche se sono stremato. Non ho mai visto una piazza così gremita di gente per ascoltare scrittori parlare dei loro libri, peraltro ad un’ora così tarda!”.
Ma torniamo al punto del post, al mio ritorno di fiamma per il mio sogno di sempre, fare la scrittrice, non diventare scrittrice, perché ogni scrittore ha sempre la presunzione di esserlo già ☺.
Alla fine di ogni presentazione gli autori erano disponibili per firmare le copie dei loro libri e io, naturalmente, ne avevo portate ben due da far firmare! Quando è stato il mio turno - dopo una lunga fila in cui strizzavo il mio cervello pensando a cosa dire e soprattutto pensavo “non dire frasi banali, ti prego!” – ho deciso di fare la domanda che più mi stava a cuore, ma prima, educatamente, dopo aver porto il mio libro e detto il mio nome, ho chiesto: “Posso farle una domanda?” e lui, altrettanto educatamente: “Certo, dimmi Azzurra” e qui non posso non aprire una piccola parentesi sul tono amichevole con cui lui mi si è rivolto, portando il dialogo su una soglia così diversa da quella iniziale che io, senza accorgermene, ho continuato passando al più confidenziale “tu”.
“Volevo chiederti se quando facevi XXX [il suo lavoro] sapevi o pensavi che un giorno saresti diventato scrittore” e lui, visibilmente emozionato, come se gli avessi chiesto qualcosa che lo toccava profondamente nell’intimo, mi risponde con gli occhi bassi e quasi non riesce a guardarmi mentre dice (e c’è da dire che io non pensavo assolutamente di provocare questa reazione di emozione, anzi, pensavo: chissà quante volte gli avranno fatto questa domanda, mi risponderà scocciatissimo e invece…) “Lo sognavo sempre, ma non pensavo che sarebbe accaduto, ma la vita è così, a volte capita un evento, una scintilla e cambia tutto” e allora io quasi per venirgli in soccorso e toglierlo dall’imbarazzo in cui mi sembrava di averlo posto con la mia domanda ho detto: “Quindi posso continuare a sperare che un giorno…” e lui “Si certo, nella vita non si può mai dire, io non pensavo, ma, vedi, è difficile da spiegare con le parole” e su questa frase gli ho stretto la mano, dopo avergli detto che il libro che mi aveva appena firmato era bellissimo (eh, non ce l’ho fatta a non essere banale, sorry) e sono quasi scappata, perché mi sembrava di avergli chiesto una cosa che lo toccava troppo nell’intimo, in un momento che di intimo non aveva nulla, il chiasso, la gente e il poco tempo a disposizione tutto intorno. Sono andata via, ma mi sono fermata non troppo lontano, per cui potevo guardarlo continuare a firmare autografi e lì con mio sommo stupore mi sono commossa.
Uno scrittore che resta senza parole, uno scrittore che mi dice: “E’ difficile da spiegare con le parole”?!
Si, nella vita può succedere di tutto.
Si deve sempre continuare a sperare.
lunedì 4 luglio 2011
Prime impressioni
Sono passate due settimane da quando ho iniziato il nuovo lavoro e tutti mi chiedono come va e io non so bene come rispondere, perché ancora non lo so bene.
Prime impressioni, dovrei averle dopo due settimane, non giudizi definitivi, si intende, prime impressioni, appunto.
Che dire, la prima grande differenza rispetto all’università è che esco alle 6 dall’ufficio e ogni giorno faccio otto ore di lavoro e basta. Quando esco non penso più al lavoro. Al mattino faccio tutto di corsa e non mi sveglio più con la sensazione di essere frustata e impotente in un mondo di baroni.
Però non è tutto rose e fiori, il mio nuovo lavoro mi sembra un po’ più noioso e ripetitivo di quello all’università, e mi sembra anche un po’ finto.
Il mondo della consulenza, si sa, non è pulitissimo e spesso si gioca sporco e si abbassano i costi sulle spalle dei consulenti che sono poi costretti a essere allocati su più progetti contemporaneamente e a fare i salti mortali.
Non so quanto tempo potrò resistere, ho davvero l’impressione che “questo mondo” non sia per me, che se seguissi il mio cuore sarei in riva al mare a scrivere e non chiusa in una stanza con altre 20 persone alla luce artificiale per 8 ore al giorno, 5 giorni a settimana.
(Lo so cosa state pensando, che tutti lo vorrebbero, però io credo davvero che sia possibile, che non sia solo un sogno)
Mi chiedo se sarò mai contenta di questa mia vita, se un giorno troverò la mia strada. Non voglio rassegnarmi a vivere di weekend o di vacanze, ho ancora il sogno nascosto che tutta la vita possa essere una vacanza. Ho ancora il sogno e la speranza che tutta la giornata debba e possa valere la pena di essere vissuta, non solo una parte di essa.
Vedremo. L’università un po’ mi manca, anche se so che è stato giusto lasciare, non volevo più essere schiava e se mai vi ritornerò sarà in un posto dove mi sentirò libera e non più schiava.
Voglio vivere la mia vita come fosse una canzone, come fosse questa canzone: http://www.youtube.com/watch?v=fyFwZSOgOGI
Prime impressioni, dovrei averle dopo due settimane, non giudizi definitivi, si intende, prime impressioni, appunto.
Che dire, la prima grande differenza rispetto all’università è che esco alle 6 dall’ufficio e ogni giorno faccio otto ore di lavoro e basta. Quando esco non penso più al lavoro. Al mattino faccio tutto di corsa e non mi sveglio più con la sensazione di essere frustata e impotente in un mondo di baroni.
Però non è tutto rose e fiori, il mio nuovo lavoro mi sembra un po’ più noioso e ripetitivo di quello all’università, e mi sembra anche un po’ finto.
Il mondo della consulenza, si sa, non è pulitissimo e spesso si gioca sporco e si abbassano i costi sulle spalle dei consulenti che sono poi costretti a essere allocati su più progetti contemporaneamente e a fare i salti mortali.
Non so quanto tempo potrò resistere, ho davvero l’impressione che “questo mondo” non sia per me, che se seguissi il mio cuore sarei in riva al mare a scrivere e non chiusa in una stanza con altre 20 persone alla luce artificiale per 8 ore al giorno, 5 giorni a settimana.
(Lo so cosa state pensando, che tutti lo vorrebbero, però io credo davvero che sia possibile, che non sia solo un sogno)
Mi chiedo se sarò mai contenta di questa mia vita, se un giorno troverò la mia strada. Non voglio rassegnarmi a vivere di weekend o di vacanze, ho ancora il sogno nascosto che tutta la vita possa essere una vacanza. Ho ancora il sogno e la speranza che tutta la giornata debba e possa valere la pena di essere vissuta, non solo una parte di essa.
Vedremo. L’università un po’ mi manca, anche se so che è stato giusto lasciare, non volevo più essere schiava e se mai vi ritornerò sarà in un posto dove mi sentirò libera e non più schiava.
Voglio vivere la mia vita come fosse una canzone, come fosse questa canzone: http://www.youtube.com/watch?v=fyFwZSOgOGI
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lunedì 6 giugno 2011
Vivi ogni giorno come fosse l’ultimo…oppure…
Ho ancora negli occhi la bellezza dell’agriturismo in cui abbiamo trascorso la scorsa settimana. Mi basta socchiudere gli occhi e mi sembra di respirare l’aria fresca del mattino, di sentire il dolce cinguettio degli uccellini e di vedere la valle che si estende sotto il podere a perdita d’occhio.
E poi, se indugio ancora un po’, mi sembra di sentire il sole caldo sulla pelle, mentre a bordo piscina leggo il mio libro “da vacanza”. Una buona vacanza dovrebbe sempre essere accompagnata da un buon libro, anche se il libro non dovrebbe essere troppo buono, nel senso che se ti prende troppo finisci per trascorrere tutto il giorno a leggere e allora non fa differenza essere rimasti a casa o essere in un posto splendido e incontaminato (o forse si). Durante questa settimana di vacanza ho letto uno di quei libri che non riesci a mettere giù, se non forzandoti, legandoti le mani e bendandoti gli occhi: One Day di David Nicholls. Devo ammettere, con un po’ di imbarazzo e un po’ di vergogna, che ho pianto, leggendolo, come una fontana. Nei commenti di copertina (commenti ai quali spesso non presto attenzione perché mi sembrano spesso solo pubblicità gratuita), c’era scritto: “You really do put the book down with the hallucinatory feeling that they’ve become as well known to you as your closest friends”. Quando l’ho letto ho pensato: “mah, solita frase…” e invece no, è proprio così, alla fine ti sembra che siano davvero i tuoi più cari amici e non puoi fare a meno di “voler entrare nella storia” e voler dire la tua, e dare due sberle ad uno e anche all’altra, “ma come fate a non accorgervene? è tutto così palese!” ti verrebbe voglia di gridargli. Prima di questo libro avevo avuto la stessa sensazione e avevo provato le stesse forti emozioni solo con un altro libro: “I ragazzi della via Pal”, certo erano altri tempi e avevo anche un’età diversa, 10 anni, ovvero 20 anni fa, ma la sensazione la ricordo, nitida ancor adesso. Se vi capita di leggerlo, anche nella versione italiana (Un giorno) vorrei tanto sapere se ha fatto piangere anche voi e, se no, quale è stato un libro che vi ha fatto piangere e sentire i personaggi così vicini, ma così vicini, da poterli quasi toccare.
Vi lascio con uno stralcio dal libro (tradotto da me molto liberamente dal testo inglese): “Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo - questo è il consiglio che si da’ sempre, ma poi, chi ha l’energia per seguirlo? Cosa succede se quel giorno piove o ti senti un po’ giù? Semplicemente non è pratico. Molto meglio, di gran lunga, semplicemente provare ad essere buoni e coraggiosi e audaci e fare la differenza. Non esattamente cambiare il mondo, ma quel po’ che c’è intorno a te. Vai là fuori con la tua passione, la tua macchina da scrivere elettrica e lavora duro per…qualcosa. Cambia le vite attraverso l’arte, magari. Abbi cura dei tuoi amici, stai saldo con i tuoi principi, vivi con passione, pienamente e bene. Sperimenta cose nuove. Ama e sii amato, se ne hai la possibilità.”
E poi, se indugio ancora un po’, mi sembra di sentire il sole caldo sulla pelle, mentre a bordo piscina leggo il mio libro “da vacanza”. Una buona vacanza dovrebbe sempre essere accompagnata da un buon libro, anche se il libro non dovrebbe essere troppo buono, nel senso che se ti prende troppo finisci per trascorrere tutto il giorno a leggere e allora non fa differenza essere rimasti a casa o essere in un posto splendido e incontaminato (o forse si). Durante questa settimana di vacanza ho letto uno di quei libri che non riesci a mettere giù, se non forzandoti, legandoti le mani e bendandoti gli occhi: One Day di David Nicholls. Devo ammettere, con un po’ di imbarazzo e un po’ di vergogna, che ho pianto, leggendolo, come una fontana. Nei commenti di copertina (commenti ai quali spesso non presto attenzione perché mi sembrano spesso solo pubblicità gratuita), c’era scritto: “You really do put the book down with the hallucinatory feeling that they’ve become as well known to you as your closest friends”. Quando l’ho letto ho pensato: “mah, solita frase…” e invece no, è proprio così, alla fine ti sembra che siano davvero i tuoi più cari amici e non puoi fare a meno di “voler entrare nella storia” e voler dire la tua, e dare due sberle ad uno e anche all’altra, “ma come fate a non accorgervene? è tutto così palese!” ti verrebbe voglia di gridargli. Prima di questo libro avevo avuto la stessa sensazione e avevo provato le stesse forti emozioni solo con un altro libro: “I ragazzi della via Pal”, certo erano altri tempi e avevo anche un’età diversa, 10 anni, ovvero 20 anni fa, ma la sensazione la ricordo, nitida ancor adesso. Se vi capita di leggerlo, anche nella versione italiana (Un giorno) vorrei tanto sapere se ha fatto piangere anche voi e, se no, quale è stato un libro che vi ha fatto piangere e sentire i personaggi così vicini, ma così vicini, da poterli quasi toccare.
Vi lascio con uno stralcio dal libro (tradotto da me molto liberamente dal testo inglese): “Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo - questo è il consiglio che si da’ sempre, ma poi, chi ha l’energia per seguirlo? Cosa succede se quel giorno piove o ti senti un po’ giù? Semplicemente non è pratico. Molto meglio, di gran lunga, semplicemente provare ad essere buoni e coraggiosi e audaci e fare la differenza. Non esattamente cambiare il mondo, ma quel po’ che c’è intorno a te. Vai là fuori con la tua passione, la tua macchina da scrivere elettrica e lavora duro per…qualcosa. Cambia le vite attraverso l’arte, magari. Abbi cura dei tuoi amici, stai saldo con i tuoi principi, vivi con passione, pienamente e bene. Sperimenta cose nuove. Ama e sii amato, se ne hai la possibilità.”
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