lunedì 1 aprile 2013

La banderuola


Il problema è che non so cosa fare, non ne ho la minima idea, non ho per niente le idee chiare, e non è che la notte porti consiglio o che il tempo mi aiuti a schiarirle le idee, anzi, più il tempo passa e più le idee mi si confondono. Solo una cosa mi è chiara: non so cosa mi piacerebbe davvero fare nella vita, qual è realmente la mia strada, se esiste qualcosa, un lavoro, che posso fare ed essere felice, o almeno appagata; e fino a quando non lo scoprirò ci sono solo due strade: la prima, continuare a sbandare come una boa in mezzo al mare, come una banderuola che sembra voler seguire tutti i venti ma poi, alla fine, non ne segue nessuno perché resta sempre attaccata al suo palo; la seconda, prendere una strada a caso e sperare che funzioni.

Il fatto è che c’è stato un tempo che ho creduto di sapere cosa volevo fare, di aver trovato la via, ed è durato anche diversi anni. Quando lavoravo all’università, per sette lunghi anni ho pensato che la mia vita sarebbe stata quella per sempre e mi ero abituata all’idea che, devo dire, non mi dispiaceva neanche. Mi piaceva l’idea di poter continuare a studiare, mi piaceva avere la possibilità di viaggiare e conoscere posti nuovi e persone diverse. Anche se a volte l’informatica mi sembrava troppo arida (e avrei preferito ricercare percorsi sociologici) me la facevo piacere, consolandomi con il fatto che un giorno sarei finalmente diventato un Ricercatore con la erre maiuscola e avrei potuto, magari, ricercare qualcosa al confine tra Informatica e Sociologia abbandonando per sempre quello che “gli altri” mi imponevano di ricercare, quello che era il loro interesse e non il mio, ma che è la gavetta che si è costretti a fare per avere poi il proprio posto nel mondo, un male necessario e inevitabile, il prezzo da pagare per la futura libertà.
Sapevo che c’era un percorso che dovevo fare, delle “semplici regole” che avrei dovuto seguire per diventare, prima o poi, una ricercatrice a tempo indeterminato e quindi definire il mio profilo una volta e per sempre, avere la mia vita professionale, quella per cui stavo lavorando scrupolosamente da sette anni. E io queste regole le ho seguite, scrupolosamente. Di conseguenza pensavo che B. sarebbe stata la mia città, la città in cui avrei comprato una casa, mi sarei sposata, dove i miei figli avrebbero frequentato la scuola e così via.
E un po’ lo era già, la mia città, tra università e lavoro vivevo lì da dieci anni, avevo il mio giro di amicizie, la palestra, la parrocchia, i negozi fidati.
Poi, un giorno, il destino ha deciso di scombinare le carte, quel “prima o poi” è diventato molto poi, e poi mai. E quindi a 31 anni, zaino in spalla, ho deciso di ricominciare, da un’altra parte.
Da allora qualcosa è cambiato, anzi molto è cambiato.
Il mio lavoro innanzitutto, la città dove vivo, che non è più B., gli amici, insomma lo scenario si è completamente mutato. Il risultato?
Non sono più sicura di nulla, o meglio, sono sicura solo di ciò che non voglio, sono sicura di non voler vivere nel posto dove vivo adesso, di non voler fare per sempre il lavoro che faccio (anche se qui, adesso, ironia della sorte, ho un contratto a tempo indeterminato, tanto agognato, tanto sperato), di non voler mettere al mondo dei figli in questa situazione.
Vivo come in un limbo in cui sento di non appartenere a nessuna delle dimensioni in cui sono calata in questo momento, con una grande voglia di ricominciare da un’altra parte un’altra storia. Perché se l’ho fatto già una volta a 31 anni, sconvolgere la mia vita, allora posso farlo ancora. E allora, direte voi, dove sta il problema?

Il problema sta nel fatto che non so da dove ricominciare, ricominciare si, ma da quale parte, da cosa? Non mi piace il lavoro che faccio, ma a 33 anni mi sembra un po’ troppo tardi per iniziare un altro percorso, totalmente diverso dal mio, un percorso lontano dalla scienza, perché anche la mia anima umanistica avrebbe bisogno di respirare.
Vorrei tornare indietro, a quel momento in cui si ha la possibilità di scegliere, a quegli anni in cui le scelte indirizzano la tua storia futura.
Ma sarebbe troppo facile la vita se tutto si sapesse in anticipo, e no, così non vale, non sono queste le regole del gioco.
E quindi se avessi la bacchetta magica cosa mi piacerebbe diventare? Una violinista, una calciatrice professionista, un’operatrice shiatsu, una sceneggiatrice, un gestore di agriturismo/bar/sushi bar? Mah, si, forse. Ecco, il fatto è che mi piace tutto, ma niente mi soddisfa completamente, e quindi resto ferma al palo, come la banderuola che vuole seguire tutti i venti, ma poi, legata com’è, non ne segue nessuno.