mercoledì 28 gennaio 2009

Cronache dall'ItaliaFilmFest: Documentari

In concorso al Festival del Cinema c'erano diversi documentari, tra questi voglio ricordarne due, diversissimi, ma entrambi nella categoria "vale la pena".
Il primo, "Città Aperta", era un documentario di documentari, in quanto raccoglieva spezzoni di documentari recuperati dall'archivio dell'Istituto Luce e li metteva insieme raccontando così la Storia d'Italia dal '48 al '68.
Nel montaggio sono stati accuratamente evitati gli episodi di carattere politico, cercando di comporre un racconto che si basasse sull'evoluzione della vita sociale, letteraria ed artistica dell'Italia di quegli anni, con a margine gli avvenimenti politici, che pur quella vita avevano influenzato.
E' stato molto emozionante, perché ho potuto vedere Ungaretti fare lezione alla Sapienza, Moravia con Elsa Morante e poi, dopo qualche anno, con la giovane scrittrice Dacia Maraini. Trilussa che legge una sua poesia in romanesco. E poi la dolce vita di via Veneto, l'origine del nome Paparazzo, Mastroianni, Fellini. E poi gli artisti, Picasso, le nuove correnti, Saba che legge i suoi scritti, Pasolini che semina scompiglio con i suoi film.
Ma poi tanta gente comune, che accoglie festante l'arrivo degli americani a Roma, dopo le sofferenze disseminate dalla dominazione fascista, la gente che cerca nelle feste danzanti di dimenticare la guerra. La polvere e la distruzione da cui nasce, grazie alla forza di tutti, il miracolo italiano.
Una vera full immersion nella storia di quello che non è Storia, perché non è scritto sui libri, ma al tempo stesso è storia, perché è accaduto ed è anche stato immortalato.
Il secondo documentario, "Improvvisamente l'inverno scorso", invece, tratta dell'infinita avventura dei Di.Co., è girato da una coppia di registi gay, coppia sia in senso professionale, che personale: Gustav & Luca.
Difficile descriverlo, in quanto questo è si formato da spezzoni di telegiornali o trasmissioni televisive varie, ma anche da interviste che i due fanno in giro per Roma nei giorni "critici" delle manifestazioni pro e contro i Di.Co, interviste a politici cattolici, suore, CL, persone che credono di possedere la verità rivelata; il tutto intervallato da "siparietti" presi dalla loro vita comune.
Credo, infatti, che la cosa più bella del documentario sia il fatto che, oltre a scorrere leggero, sia intervallato dai dialoghi dei protagonisti: Gustav, sempre speranzoso, infaticabile, pieno di fiducia, ottimista e Luca , invece, più disilluso, stanco di andare ai "family day", più distaccato, realista.
Luca sa che i Di.Co. non verranno mai approvati, Gustav non lo sa, perché non è italiano e crede alle Istituzioni, ai diritti che vanno rispettati, al bene che vince sempre.
Come quando ad un corteo di estrema destra, Gustav rivendica il diritto degli omosessuali ad una tutela e svela di stare insieme a Luca da otto anni e viene zittito ed invitato ad andare a casa e lui vuole rimanere perché, dice, non ha fatto nulla di male, è un libero cittadino, in un luogo pubblico. Alla fine, ormai lontani dal "pericolo scampato", Luca lo rimprovera, perché ha corso un grosso rischio, quello di essere pestato, ma Gustav non lo sa, o forse non vuole accettare, forse pensa di essere ancora in Svezia. La cosa più bella del documentario è proprio la dinamica della relazione tra i due, registi e protagonisti, risultano subito simpatici e non si riesce proprio a non solidarizzare con loro e quindi, anche se conosci la fine della storia, speri che finisca in un'altro modo, che alla fine sia Gustav ad avere ragione, che il bene trionferà, ma non è un film, è un documentario sull'Italia, e quindi è Luca ad avere ragione. Il lieto fine però c'è lo stesso, ma non ve lo dico, per non rovinarvi la sorpresa.

giovedì 22 gennaio 2009

Aneddoti dall'ItaliaFilmFest: Laura Morante

Durante i giorni del Festival ho provato molte sensazioni belle. Come quella di svegliarmi al mattino e avere il "problema" di decidere quale film andare a vedere, oppure la sensazione di essere una "ragazza fortunata" per aver ricevuto questo regalo inatteso e graditissimo del Festival, una privilegiata per il solo fatto di essere a bari in questo momento.
E poi la sensazione dell'attesa che si materializzava già dalle 5 quando sapevo di avere un "appuntamento" al festival per le 7.
E poi prendere il bus, con la stessa frenesia e il batticuore di un "primo appuntamento" e la paura di non essere in tempo, di non trovare il biglietto, l'emozione e l'aspettativa di quale strascico il film avrebbe lasciato nella mia anima, se sarebbe stato o meno indimenticabile, uno di quei film "da ricordare". E poi, arrivata al Galleria, c'era sempre qualcuno più o meno famoso, ho visto, per esempio, Laura Morante, che era semplicemente bellissima, molto più che nei film, non sono riuscita ad avvicinarla perchè mi incuteva una specie di timore, quasi drammatica nella sua figura, elegante, con un impermeabile appena appoggiato, che le scopriva una spalla nuda, la matita nera del trucco che accentuava i suoi occhi quasi tristi, mi sembrava lì ad un passo ed al tempo stesso lontanissima, come se i nostri fossero due mondi separati da un velo invisibile. E poi, il problema di incontrare i nostri miti è sempre lo stesso, cosa dirgli? Cosa dirgli che non suoni banale e scontato, che non sia un complimento e ti faccia sentire ancora più piccolo dinanzi al suo cospetto? E così sono rimasta a guardarla da lontano, cercando di trovare un incipit intelligente per il mio discorso, fino a quando anche lei non è scomparsa nel buio della sala.

Aneddoti dall'ItaliaFilmFest: Il Grande Progetto

Durante il Festival del cinema mi è capitato di fare qualcosa che solitamente non mi capita mai: andare al cinema da sola.
Le proiezioni, infatti, erano spesso in orari "proibitivi", cioè lavorativi, e quindi era difficile trovare accompagnatori, forse anche perchè a me sarebbe piaciuto andare a vedere film vecchi e poco famosi oggi, anzichè i pur belli, Gomorra o il Divo che si possono trovare facilmente in DVD. Insomma, uno di questi giorni il desiderio di vedere il film di uno dei miei scrittori preferiti, Baricco, "Lezione 21", mi ha portato al cinema, ma i biglietti erano tutti esauriti. Allora ho deciso comunque di rimanere al Galleria, a godermi l'atmosfera.
Mi sono seduta, indecisa sul da farsi, e vicino a me c'era un signore, anche lui solo, sulla sessantina, poteva essere mio padre, con una coppola in mano. Ad un certo punto lui mi ha rivolto la parola, sarà stato forse il fatto di essere entrambi soli al cinema, una condizione di pochi e che quindi ci faceva sentire "amici", come spesso accade.
Mi ha detto che andava a vedere il "Grande Progetto", ma, quasi scusandosi, ha subito aggiunto: ma non so niente, di che parla, chi sono gli attori. Forse temeva che fosse un film dal contenuto dubbio e che quindi potessi poi formarmi una brutta opinione di lui.
Io, allora, che naturalmente ero informatissima e avevo letto tutte le recensioni dei film, gli ho spiegato di cosa si trattava, cercando di rassicurarlo.
E lui, come sollevato da un peso, si è aperto facendomi una confessione: anche io ho un grande progetto! E senza nemmeno aspettare la mia reazione mi ha detto: vincere tanti milioni al superenalotto! Al che io ho detto che mi sembrava avessimo lo stesso progetto. Allora lui si è affrettato a specificare che quei soldi non li voleva per lui, ma che avrebbe voluto aprire una grande fabbrica per dare lavoro a tanta gente. E che ci provava, con i grattaevinci e il superenalotto, ma finora non aveva vinto mai niente. Poi la lucetta verde si è accesa, si può entrare in sala, mi ha salutato cordialmente ed è andato via. Chissà se il grande progetto, il film, l'avrà ispirato.

martedì 20 gennaio 2009

When dreams come true

Sembra il titolo di una favola, e invece, questa volta, è realtà.
E così è avvenuto davvero: Barack Hussein Obama è presidente degli Stati Uniti D'America, e già il suo nome è tutto un programma. Oggi sono felice, perchè quando ho scoperto Obama ero in Michigan e nulla era così scontato come sembra adesso e quando ho comprato la sua maglietta pensavo: "Entrerà nella storia? E quanto varrà questa maglietta tra 20 anni? Meno di quanto l'ho pagata oggi?". Niente era così scontato come adesso e Obama sembrava molto più solo.
Ma io ci credevo, ci ho creduto fin dall'inizio e per questo non vorrei che questo post suoni vuoto, come se fosse un salire sul carro del vincitore, come adesso fanno tutti.
Non voglio commentare il suo discorso (qui in inglese), ma solo condividerne alcuni punti, quelli che mi hanno toccato maggiormente e mi ispirano forza e fiducia nel futuro e, in questo momento, ce n'è bisogno.

"In questo giorno, ci riuniamo perché abbiamo scelto la speranza sulla paura,l'unità degli intenti rispetto al conflitto e alla discordia."

"E' venuto il momento di riaffermare il nostro spirito tenace, di scegliere la nostra storia migliore, di portare avanti quel dono prezioso, l'idea nobile, passata di generazione in generazione: la promessa divina che tutti siamo uguali, tutti siamo liberi e tutti meritiamo una possibilità di perseguire la felicità in tutta la sua pienezza."

"Questi uomini e donne hanno lottato e si sono sacrificati e hanno lavorato finché le loro mani sono diventate ruvide per permettere a noi di vivere una vita migliore. Hanno visto nell'America qualcosa di più grande che una somma delle nostre ambizioni individuali"

"Quel che uomini e donne possono ottenere quando l'immaginazione si unisce alla volontà comune, e la necessità al coraggio."

"E così, per tutti i popoli e i governi che ci guardano oggi, dalle più grandi capitali al piccolo villaggio dove è nato mio padre: sappiate che l'America è amica di ogni nazione e di ogni uomo, donna e bambino che sia alla ricerca di un futuro di pace e dignità, e che noi siamo pronti ad aprire la strada ancora una volta."

"fermi nella consapevolezza che non c'è nulla di più soddisfacente per lo spirito, così importante per la definizione del carattere, che darsi completamente per una causa difficile."

Oggi la televisione ha mostrato le immagini del suo discorso e dopo quelle del discorso Martin Luther King dallo stesso luogo, 45 anni fa.
Mi hanno fatto venire i brividi, ma soprattutto mi hanno dato la sensazione tangibile che la Speranza davvero non può mai morire, neanche quando si uccide l'uomo simbolo di quella Speranza. Perchè Martin Luther King è stato ucciso, ma non il suo sogno. Mentre King pronunciava il suo discorso i neri non potevano neanche entrare nei bar, come il padre di Obama, ora suo figlio, in quella stessa piazza, parla da presidente. Non credo sia possibile descrivere con le parole cosa è davvero accaduto oggi, forse lo capiremo quando lo studieranno i nostri figli sui libri di scuola, possiamo solo immaginarlo, ma i cuori di coloro che hanno vissuto la discriminazione, oggi esultano, oggi vivono finalmente la frase pronunciata con forza da King a conclusione del suo discorso: Free at last! Free at last! (Liberi finalmente! Liberi finalmente!). Tutti, se lotteremo, avremo la possibilità di perseguire la felicità piena, non è detto che ci vorrà poco tempo, ci vorranno 60 o più anni, sacrifici di cui, forse, non vedremo i frutti, mani ruvide, ma possiamo farcela e lo faremo. Oggi a tutti è concesso di sognare, a tutti è concesso di pronunciare quella frase: I have a dream e pensare che quel sogno, un giorno, possa avverarsi.
Le cose cambiano, e, per fortuna, anche in meglio at last!

giovedì 15 gennaio 2009

Aneddoti dall'ItaliaFilmFest: Fellini

Intervallate alle cronache del festival, aneddoti, che escludo dai racconti, perché forse poco poetici o perché farebbero perdere di continuità alla storia, ma che comunque ritengo degni di essere citati, tanto degni da dedicargli uno spazio a parte.
E per iniziare ne citerò uno non mio, ma di Ettore Scola, che pur odiando gli aneddoti, per sua stessa ammissione, ha ritenuto tale aneddoto degno di essere citato e quindi, probabilmente, lo è.
Mentre girava "C'eravamo tanto amati", Scola chiese a Fellini di interpretare se stesso in un remake della famosa scena della Fontana di Trevi della Dolce Vita, e Fellini, che all'inizio era riluttante, si è poi convinto quando Scola gli ha promesso che non l'avrebbe inquadrato di spalle. Fellini, ha svelato, aveva un piccolo complesso relativo alla mancanza di capelli nella cosiddetta area del "calcio di rigore". E così Fellini ha accettato e Scola ha disatteso la sua promessa. Ma il punto non è questo, una sera, mentre Scola riprendeva di nascosto, quello che oggi si chiamerebbe un backstage, si compie lo scherzo al maestro. Scola manda un figurante, presentato dal direttore di produzione a Fellini come un colonnello che può essere molto utile per avere i permessi per girare e che vuole solo stringergli la mano e raccomanda a Fellini di essere molto gentile. Il finto colonnello gli si avvicina, lo guarda e dice: "E' un piacere stringere la mano al grande Rossellini!". E Fellini scoppia in una grande e grossa, ma soprattutto spontanea risata.
La sera si va a cena con lui e Mastroianni, Scola la ricorda come una delle più belle serate della sua vita.

Cronache dall'ItaliaFilmFest: La Terrazza di Ettore Scola

Ed ecco, come promesso, alcuni aggiornamenti.
Questa mattina mi sono davvero emozionata.
Ho provato l'emozione di assistere ad un film che è un'opera d'arte, e come opera d'arte è anche storia, ma anche rarità. Di buona lena mi sono svegliata, sfidando il mio bisogno cronico di dormire almeno otto ore, diretta ad un cinema in centro, la proiezione iniziava alle 9. Traffico, biglietto, bus, decine di persone che vanno al lavoro e una sottile contentezza perché io non stavo andando al lavoro, fuggivo clandestina, perché avevo una missione molto importante da compiere, come i miei eroi del cinema ;).
Sorriso stampato, bus, fermata, scendo, lungomare, cinema, entro, buio, titoli, inizio.
Prendo posto velocemente, non sono mai andata al cinema così presto, ho ancora sonno, mi stropiccio gli occhi, sbadiglio, è strano, di solito il cinema è riservato alla sera, o peggio, alla notte, quando una giornata è ormai andata, quando siamo anche troppo stanchi, eppure ci suscita emozioni.
Il cinema alle nove di mattina è...il tuo spirito e la tua anima che respirano.
La tua anima, sgombra di pensieri e sensazioni, è pronta ad assorbirne come una spugna, il tuo spirito, librato, è pronto a farsi ispirare. E il buio è strano... Il cinema alle nove di mattina è un'altra cosa.
Scorrono le immagini de "La Terrazza" di Ettore Scola, sullo schermo Mastroianni, Gassman, Tognazzi ed un cammeo di Ugo Gregoretti ed un altro della Sora Lella, tutti insieme, tutti a recitare un ruolo diverso dal solito, come Scola amava fare: far recitare Mastroianni non nel ruolo scontato del latin lover, ma nel ruolo del marito abbandonato, Gassman non nel ruolo dell'uomo padrone di sé, ma nel ruolo dell'insicuro e indeciso.
E così lui "legge" l'Italia di quegli anni, che in parte è anche l'Italia di adesso, certe cose, si sa, sono dure a cambiare.
Quando il film finisce, il direttore del Festival, Laudadio, invita Ettore Scola a salire sul palco, in parte aveva assistito alla proiezione, e io penso che sono una privilegiata, perché in quella sala buia ho appena visto un grande film, avendo la fortuna di condividere quel buio con il suo stesso regista!
E poi un'altra rivelazione, la copia de La Terrazza, appena proiettata, è una copia unica, ritrovata per caso, quando il film sembrava perso per sempre. E poi lui, Ettore Scola, sale sul palco e si vede che non gli piace parlare, è molto riservato, e lassù proprio non gli piace stare.
Però parla, dell'importanza dei macchinisti, dei costumisti, di coloro che il film lo fanno, realizzando materialmente l'idea che, solo un momento fa, era nella testa del regista e ora, grazie a loro, è sulla scena.
E poi dice che lui, in fondo, ha girato sempre lo stesso film, il messaggio era sempre quello, anche se colto in sfumature, epoche, età, luoghi e personaggi diversi.
E poi parla del cinema, che, come tutte le arti, ha una sua ciclicità, con picchi e pianure, dove i picchi sono il neo-realismo di Rossellini, De Sica, Pasolini.
Ma svela anche che De Sica usava recitare prima per gli attori tutte le parti dei suoi film, e così finiva che nei suoi film tutti recitassero come lui, anche Sofia Loren.
E se si dovesse rimproverare qualcosa? L'unica cosa che si rimprovera è il fatto di non essere stato un picco, di non aver raggiunto le vette, ma di essere stato una pianura, per quanto buona e fertile, ma sempre una pianura.
E' un attimo e sono le tredici, le cose belle finiscono sempre troppo presto.
In sala ci sono ancora Ugo Gregoretti, Michele Placido, e tanti altri che non conosco, ma sono lì, per sentire un maestro.
Esco dal cinema, lungomare, sole, sorriso stampato, traffico, bus, gente che torna dal lavoro, io no e sono felice.
Un pensiero mi attraversa la mente: e allora, se Ettore Scola si considera una pianura, magari anche ciascuno di noi, senza saperlo, perché come lui guarda in alto (e fa bene), nel suo piccolo ha già realizzato (o realizzerà) qualcosa di cui andar fiero, non una vetta, ma una buona e fertile pianura.

martedì 13 gennaio 2009

Perché io so di non sapere

Questo Natale, per caso, mi è capitato tra le mani il libro di Marco Travaglio "Per chi suona la banana" ed è stata una vera e propria illuminazione!
Il libro, sostanzialmente, parla dell'ultimo anno del governo Prodi e dei primi 6 mesi del governo Berlusconi, raccontando la sostanziale incapacità della sinistra, non solo di governare, ma anche di fare opposizione.
La cosa che trovo sorprendentemente bella è che Travaglio, tacciato erroneamente di essere di sinistra (lui stesso, invece, si definisce liberale e non di sinistra!), dimostra che un piccolo spiraglio di libertà di informazione (ma veramente piccolo!) è rimasto: il libro, infatti, è una raccolta di articoli pubblicati sull'Unità, nell'ultimo anno e mezzo, che sono quasi più critici con la sinistra che con la destra!
La sua è una riflessione, totalmente apartitica, sulla realtà dei fatti, analizzata andando a spulciare i testi delle leggi e delle sentenze. E' curioso che il libro si riferisca a fatti che io ho sempre conosciuto "attraverso il filtro dei mezzi di (dis)informazione" mentre mi preparavo a partire per il Michigan, mentre ero là, e mentre ero troppo impegnata a essere triste, quando ero tornata.
Il libro mi ha subito incuriosita, forse proprio perché potevo, finalmente, capire quello che era successo mentre io ero dall'altra parte del mondo, potevo capire perché mi sono ritrovata a votare il giorno dopo essere tornata dal Michigan.
Ho iniziato a divorare il libro con avidità, come se fosse un romanzo giallo (e in parte lo è); durante le vacanze di Natale non riuscivo a smettere di leggere, e chiudevo il libro, forzatamente, solo alle 3 del mattino.
Ma cosa c'è di così speciale?
Non solo quello che vi è scritto, e che nessuno ci ha detto in questo anno e mezzo appena passato, come il vero volto delle leggi "ad personam" e le loro conseguenze su noi poveri cittadini ignari, ma anche "come" il tutto è scritto.
Il tutto, infatti, è condito da uno stile di scrittura pungente, ironico, leggero, colto, come quello di un romanzo, appunto.
Quando leggi sorridi anche, poi, quando chiudi il libro, se ripensi a quello che hai letto pensi che sia uno scherzo; poi, quando ti rendi conto che lo scherzo non è quello che è scritto (perché quello, purtroppo, è successo veramente), ma quello che ti hanno detto le TV e i giornali, inizi a pensare che c'è qualcosa che non va, che stanno distraendo la nostra attenzione dal vero punto focale. Usando una metafora di Travaglio stesso, se getti una rana nell'acqua bollente questa salterà subito fuori, per evitare la morte, se metti la rana in acqua tiepida e scaldi l'acqua gradualmente, la rana sarà cotta senza che lei se ne accorga. Allora, vogliamo essere rane o saltare fuori finché siamo ancora in tempo?


PS: Per chi volesse saperne di più, segnalo il blog di Marco Travaglio, più due appuntamenti pugliesi con lo scrittore previsti per il prossimo 16 Gennaio a Crispiano alle 18.00 e a Brindisi alle 21.00