giovedì 18 settembre 2008

Un ragionevole motivo

E' strano, ma la mia vita si appresta ad un cambiamento, un cambiamento davvero consistente, lento e inesorabile.
E non parlo della mia vita "in senso stretto", quella chissà, non ho ancora deciso cosa farò da grande, ma della vita che mi sta attorno, che è, ovviamente, in "senso largo" anche la mia, perchè la condiziona, la avvolge, la fa cambiare anche se lei vorrebbe alcune cose non cambiassero mai.
La vita si evolve, informazione nota e risaputa, ma è diverso quando il cambiamento lo tocchi con mano, lo subisci, quando lo sperimenti a tue spese e il conto ti sembra troppo alto.
Quando sono tornata dall'America, per quanto inizialmente sbigottita dall'essere nuovamente nel mio vecchio mondo, avevo la confidenza che, comunque, pian piano, tornando alla vita di prima, alle mie abitudini, ai soliti riti quotidiani, mi sarei ripresa da questo schock da reverse immigration.
Avevo le mie cose, la mia vita, che mentre io sperimentavo il "nuovo mondo" erano rimaste lì, sembrava ad aspettarmi.
Avevo la mia comunità di San Marcello, la mia squadra di calcio, la "mia" casa che mi avrebbe riaccolto.
E invece, quella che era la vita di prima sembra, per un crudele scherzo del destino, iniziare a disgregarsi, a cambiare, a poco a poco, ma inesorabilmente.
Prima la casa: sono stata costretta a traslocare, ad andarmene da quella che consideravo la mia casa senza un ragionevole motivo, almeno dal mio punto di vista o forse qualsiasi motivo non sarebbe stato ragionevole, visto che, semplicemente, non volevo andar via.
Poi la mia squadra di calcio, dopo anni, hanno cambiato il campo, i giorni, gli orari, rendendomi impossibile partecipare agli allenamenti quest'anno. Dovrò dire "addio" alle mie piccole compagne, al mio allenatore, al mio sogno da bambina, che finalmente sembrava essere diventato realtà, a quelle due ore di spensieratezza, quando giocare con loro mi faceva dimenticare il resto, tutto il resto.
Hanno cambiato senza un ragionevole motivo, o forse, ancora, qualsiasi motivo non sarebbe stato ragionevole, visto che, semplicemente, non volevo dire addio.
E infine la mia comunità di San Marcello, ogni martedì c'era il rito del ritrovarsi, perché don L. sapeva "attirarci", come gente assetata che va ad una sorgente.
E poi c'erano gli altri gruppi, quello con cui facevamo piccoli ritiri, per ritrovarci, per isolarci dal rumore e sentire ciò che conta davvero.
Lui quest'anno va via, ed è inutile prendersi in giro, non è solo lui che andrà via, ma insieme a lui andranno via riti, incontri, modi di fare e di dire a cui non volevo dire addio, che ci sia o meno un ragionevole motivo.
E così capita che senza i soliti riti, uno per ogni giorno della settimana, ci sentiamo persi, non più al sicuro, soli in alto mare. Brucia, vogliamo tutto come era prima, non siamo disposti a dire addio, non senza un ragionevole motivo.
Ma le cose cambiano, lo sapevamo, lo abbiamo sempre saputo, perchè meravigliarci ora?
E' sempre la solita storia, bisogna crescere, non ancorarsi alle cose, perchè nulla possediamo se non noi stessi, avere coraggio, saper dire addio è l'unico modo di essere uomini.

martedì 12 agosto 2008

Troppo pigri o mancanza di tempo?


Quando ero negli USA mi capitava sempre di trovare le cose più strane nei supermarket, e ogni volta mi chiedevo: ma sarà perchè siamo sempre + pigri o perchè abbiamo sempre meno tempo?
Come gli hot dog riempiti qui di fianco, insomma non ci vuole poi molto a "comporli" comprando gli ingredienti separatamente, ma , probabilmente non si ha più il tempo (o la voglia) nemmeno per questo...

martedì 15 luglio 2008

Amsterdam:last chapter

E così sono tornata ad Amsterdam, era la mia ultima sera in questa città dalla planimetria a forma di ragnatela, la prima che è riuscita ad ingannare il mio infallibile senso dell'orientamento. C'erano gli europei di calcio, giocava la germania e per strada non c'era quasi nessuno, tutti nei pub a guardare la partita sui maxi-schermi, perchè in Olanda gli europei sono un evento-calamita.
Allora ho deciso di unirmi al popolo dei tifosi, dei "mad for soccer". Ho scelto un pub che era giusto all'angolo del canale dove era il mio hotel, così da stare tranquilla per il ritorno.
Sono così entrata in un classico pub olandese, full of people, con un maxi-schermo esagerato rispetto alle dimensioni del pub, il quale sembrava essere stato "messo insieme alla ben-meglio": sedie diverse, poltrone, divani, tavoli tutti diversi e anche un camino; ma aveva, forse proprio per questo, un'atmosfera molto accogliente e familiare.
Ho trovato un tavolo, ma non c'erano sedie, ho chiesto in giro e subito un gruppo di amici mi ha passato una sedia, la cameriera, che credeva di conoscermi, mi ha chiesto cosa volessi ordinare ed era anche lei molto friendly, mi sembrava di essere stata lì centinaia di volte e invece era la mia prima e unica. E così con una bionda chiara ho visto la partita, non esaltante, ma in fondo non è che riuscissi a concentrarmi molto sulla partita, guardavo il canale fuori dal locale, illuminato e romantico, mi guardavo intorno, cercando di capire, di scrutare, di conoscere una cultura diversa attraverso i loro volti.
E poi, proprio mentre ero lì, immersa nei miei pensieri, due persone mi hanno chiesto di condividere il tavolo, uno era un uomo su una sedia a rotelle e l'altra era una ragazza dall'aria, guarda caso, molto friendly. Abbiamo iniziato a parlare, e c'è stata subito empatia, perchè l'uomo aveva vissuto per diverso tempo in Italia e conosceva un po' di italiano e ha iniziato a raccontarmi del suo passato italiano, del bar che aveva sul litorale romano, della ex-moglie, figlia di famosi industriali romani che avevano la mania di fargli regali costosi, tipo quella volta che gli hanno fatto trovare una Lamborghini sotto casa!
La ragazza non era olandese, veniva dal Sud-africa, ma aveva vissuto per diverso tempo in Olanda, e tornava da un periodo di otto anni in Kuwait, era un ingegnere.
E così hanno iniziato a raccontarmi delle loro vite, come fossimo amici da sempre, lei mi ha confessato che era unita a lui da una passione comune, le donne, e che in Kuwait era stata con una donna italiana per diverso tempo, una donna che, però, le aveva spezzato il cuore.
E io mi chiedevo se era proprio il mio essere italiana che li rendeva così aperti e vogliosi di raccontarsi, perchè erano italiane le persone più importanti della loro vita. E mentre parlavano delle loro vite in giro per il mondo, io pensavo di vivere in un sogno, si, a breve mi sarei svegliata e avrei capito che era tutto un sogno, non poteva essere vero, non potevo bere birra e chiacchierare con due perfetti sconosciuti, che sconosciuti non erano più, che mi raccontavano delle loro vite con la voglia di condividere con me non solo il presente, ma anche il passato ed, eventualmente, un pezzo di futuro, se, per caso, un giorno fossi tornata ad Amsterdam.
Tornando all'hotel e pensando al loro girovagare, in diversi continenti, mi sono chiesta quale fosse per loro "casa" e se poi, alla fine, si può essere felici, senza mai mettere radici, o se lo si è più o meno, o se non conta, perchè forse, alla fine, non è importante dove ci si ferma, ma con chi...

"Mi piace sentire la forza di un'ala che si apre, volare lontano, sentirmi rapace, capace di dirti "ti amo, aspettiamola insieme l'estate". " (L'Autostrada, Daniele Silvestri)

giovedì 10 luglio 2008

Piccola deviazione: Leida

Il giorno dopo era riservato alla visita di Leida, città olandese famosa per avere la più longeva università di olanda, ma forse molto di più perchè a maggio milioni di turisti la invadono per assistere all'esplosione multicolore dei tulipani in fiore.
Siamo andati in giro con la bicicletta, rigorosamente, come dei veri olandesi, be' Guus lo era, io cercavo di adattarmi: all'inizio non è stato facile abituarsi al freno a pedale, ma poi, mentre pedalavo allegra lungo i canali, pensavo che una città in cui tutti usano la bici è bellissima, ci si dimentica del traffico, dei clacson, dello smog e si ricomincia a respirare, a non sentire i rumori, ma i suoni.
Leida è una tranquilla città, dove alla domenica la gente si riversa nelle decine di bar che costeggiano i canali a sorseggiare una bibita al sole, che, con mia sorpresa, non aveva nulla da invidiare al nostro sole italiano, quindi non è poi vero che in Olanda piove sempre...o sono io che sono fortunata?
Abbiamo visitato un mulino a vento, uno dei simboli dell'Olanda insieme al tulipano, anche se non tutti sanno che entrambi questi simboli non sono olandesi "di nascita" e sono "importati", ma non si sa come e perchè sono diventati il simbolo della nazione arancione.
E' stato bellissimo arrampicarsi per le scalette di legno ripide e strette e scoprire i meccanismi interni, e poi affacciarsi al balcone da cui, sfidando il mio senso di vertigine, ho potuto toccare le pale del mulino, giganti!!!
A sera Guus mi ha accompagnato alla stazione, questa volta in due su una bici sola, traballanti, come in un film degli anni cinquanta. Ci siamo salutati con la promessa di ritrovarci in Italia la prossima volta, e il nostro non è stato un addio, solo un arrivederci, ad un giorno indefinito in un anno sconosciuto, ma prima o poi, se passi da queste parti...

lunedì 7 luglio 2008

Amsterdam: you can never tell...

Durante la mia settimana olandese sono passata a trovare Guus, mio former coinquilino ad Ann Arbor e compagno di avventura nei miei mesi americani. Il pensiero di rivederlo lì, nella sua terra, mi faceva pensare, mentre ero sull'aereo, che era strano rincontrarsi e che forse questa non sarebbe stata la prima volta, che mi sarebbe capitato ancora, d'ora in poi, di incontrare gli amici conosciuti ad AA in giro per il mondo. Noi, legati da un filo sottile, invisibile per la maggior parte del tempo, ma che diventa suddently chiaro e tangibile quando le strade della nostra vita si incrociano per caso, in maniera inaspettata, proprio come in questo momento.
Ero contenta, non che avessimo legato in maniera particolare, ma avevamo condiviso la stessa casa, lo stesso iniziale senso di spaesamento, la stessa gioia una volta trovato il nostro equilibrio in una nuova realtà, la stessa malinconia al momento di partire e voglia di tornare nel paese delle opportunità. Avevamo anche sopportato le stesse manie della nostra landlady, che, giusto per informazione, al momento è sparita, cellulare staccato, nessuno che ha notizie di lei da tempo e i cinesi che vivono ormai indisturbati nella sua (ma lo sarà ancora per molto?) casa.
E così è venuto a trovarmi ad Amsterdam, dove abbiamo trascorso una tranquilla giornata: al museo di Van Gogh mi ha aiutato a scegliere le stampe di alcuni dei dipinti, volevo (nel più classico dei modi) portare per sempre con me un pezzo di quel bellissimo museo. Poi abbiamo preso una birra insieme a piazza Rembrandt ed un caffè, rigorosamente olandese, lungo i canali.
E lì ho scoperto che non aveva mai visitato il quartiere a luci rosse, e che non condivideva molto lo stile di vita "apparente" di Amsterdam. Dico apparente perché gli olandesi sono persone molto liberali, che vivono e lasciano vivere, ma poi a loro della finta libertà cercata e trovata ad Amsterdam dai turisti non importa poi molto, forse perchè, poi, sanno che quella non è la vera libertà.
Alla fine della giornata siamo tornati in albergo e questo era inaspettatamente chiuso, non si poteva entrare perchè la ragazza della reception era impegnata: "walking the dog" la scritta sulla porta. E allora ci siamo seduti su una panchina lungo il canale e dopo poco si è avvicinata una signora, ci ha chiesto di condividere la panchina ed abbiamo subito scoperto che anche lei era una cliente dell'hotel che aspettata la receptionist. E' poi arrivato anche il marito e abbiamo così scoperto che erano una coppia di americani in vacanza per il 50esimo compleanno di lui. Lui aveva appena comprato dei sigari, ottimi, a quanto mi ha detto guus dopo, e ce li ha offerti, Guus ha accettato, io però ho declinato l'invito dicendo: "I do not know how to do that!" e allora la moglie mi ha offerto un bicchiere di vino dalla bottiglia di rosso che aveva con sè e lì non ho detto di no e allora l'americano mi ha detto: "you know how to do that!" e abbiamo riso tutti insieme, come fossimo compagni di sempre e invece eravamo solo compagni di attesa. Stiamo stati lì a parlare di tutto per almeno tre ore, di Bush, dell'America, dell'Europa, di Obama e ho scoperto che loro erano veri supporter, di quelli che fanno le telefonate e sono impegnati attivamente e si commuovono quando lo sentono parlare.
Erano curiosi, volevano sapere dell'Italia, dell'Olanda, delle nostre culture, avidi di conoscerci, di capire, di comprendere perchè è così diverso quello che è diverso da loro. Insomma, degli americani atipici. Quando ci siamo salutati quasi non avremmo voluto e ci siamo scambiati gli indirizzi email, perchè così, magari un giorno, ci saremmo rivisti, non si sa mai, se vi capita di passare dal Texas...

martedì 10 giugno 2008

Amsterdam: the red-light district

Amsterdam.
Città dei falsi miti, città degli olandesi che non sono mai andati nel quartiere a luci rosse o che perlomeno lo evitano con attenzione, così come evitano tutto il centro. Perchè il centro non è loro, non più, e forse non lo rimpiangono neanche, perchè, con le loro biciclette, spericolati, dal centro fuggono più veloce che possono, e si rifugiano negli old brown caffè, che hanno la panchina fuori per sorseggiare la birra guardando il canale e il maxischermo dentro per guardare la partita, e lo schermo è sempre maxi, anche quando il locale è piccolo.
E così ho scoperto amsterdam, amsterdam come pochi la conoscono, come pochi hanno la voglia di scoprirla, forse annebbiati dal fumo, forse perchè pensano che sia semplicemente tutta lì, nel piccolo centro medievale traboccante di negozi di souvenir, fast food e negozi di abbigliamento, sempre gli stessi, quelli che oramai si trovano in ogni città.
Il centro traboccante di turisti inglesi, ma anche di tanti italiani, che girano con gli occhi gonfi e si fermano ad un coffeshop prima di andare a fare un giro nel quartiere più visitato di amsterdam: il quartiere a luci rosse.
Il quartiere a luci rosse, interessante esperimento antropologico: ragazzi, magari al loro primo viaggio, intimiditi da tanto sfoggio, si aggirano sperando (inutilmente) di rimediare uno sconto, perchè poi, non è che costi poco. Coppie di mezza età che lo visitano, come fosse uno dei tanti quartieri di amsterdam, una variante del van gogh museum, tenendosi la mano o sorseggiando una coca cola, un po' annoiati, un po' incuriositi, un po' "ma è tutto qui?".
Uomini in abito scuro che invitano ad entrare nei teatri dove si svolgono gli spettacoli dal vivo, quasi fossero dei veri teatri.
Sexy shop squallidi e con sale per vedere i filmati dal vivo prima di acquistarli.
E poi ci sono io, che un po', si, sono imbarazzata e all'inizio quasi impaurita di andarci, ma poi, camminando per quella che è la parte più brutta di amsterdam, il centro appunto, mi ritrovo, out of the blue, in una strada con donne in bikini in vetrine illuminate da luci rosse; ma il mio timore si trasforma in stupore quando vedo che c'è un sacco di gente che cammina tranquilla, e se non sono imbarazzate le signore di 50 anni che vi passeggiano con i loro mariti, perchè dovrei esserlo io?
E così mi soffermo sugli sguardi tristi e annoiati delle donne in vetrina e quasi non riesco a guardarle, perchè mi sembra di metterle in imbarazzo guardandole, perchè se ci sono quelle spudorate e audaci, ci sono anche quelle che sembra abbiano quasi timore a mostrarsi, e penso "forse sono qui da poco?" e quelle che al mio sguardo abbassano lo sguardo, e quindi io cerco di guardare il meno possibile o far finta di niente. Alcune mi sembrano piccole, hanno tratti somatici diversi e probabilmente storie diverse alle spalle, ma la loro vita qui non conta, perchè alle loro spalle c'è solo la stanza dove consumare il solito rito ogni sera, e allora vado via, amsterdam è altrove, come ho avuto la fortuna di scoprire e la caparbia di cercare.

giovedì 5 giugno 2008

...con la mia pink bag

Oggi sono particolarmente felice. E mi sono accorta che è passato troppo tempo, troppo tempo dal mio ultimo post. L'ho pensato mentre me ne andavo fiera per l'aeroporto di malpensa, felice e con la mia inseparabile pink bag che attira sempre gli sguardi curiosi, talvolta i sorrisi, dei compagni viaggiatori.
L'unico neo di questa giornata è che non potrò sfoggiare in Italia la mia maglietta "Obama 08" che con fierezza ho portato con me dagli Stati Uniti e che riservavo per questa occasione. Sono così contenta ed è difficile spiegare, ma questo, magari, sarà un altro post.
E' tanto che non scrivo, nel frattempo ho scritto la mia tesi di dottorato, sono in attesa di fare l'esame, ho cercato di recuperare le abitudini consuete della mia vita italiana, cercato di non pensare alla nostalgia per i miei amici ad ann arbor, ripreso a giocare a calcio, andata a Lisbona per una conferenza.
Ora Lisbona meriterebbe un post a parte, ma, informazione importante, è lì che ho conosciuto un giovane scienziato che mi ha invitato a partecipare ad un workshop ad amsterdam, e questo è il motivo per cui mi trovo a malpensa: sto partendo alla volta della nazione arancione, della città dei tulipani.
In questo periodo queste brevi fughe mi danno ossigeno, mi aiutano a non pensare e a pensare di essere sempre un po' in vacanza e di non essere tornata alla mia vita normale, dove non c'è ogni giorno una sorpresa e non sperimento miriade di occasioni diverse, che sono state fonte inesauribile d'ispirazione per i miei post nei mesi scorsi.
Ma oggi sono felice, mi sento fortunata e non vedo l'ora di approdare in quel di amsterdam, e tutto sembra andare bene, Barack correrà per la Casa Bianca (c'è speranza!!!), io passeggerò lungo i canali, con la mia sciarpa arcobaleno e con la mia, inseparabile, pink bag.