sabato 13 giugno 2009
Quando un posto si può dire casa?
Quando un posto si può dire casa? Casa nel senso di home, che gli inglesi distinguono, giustamente, da house, dedicandole un nome esclusivo. E' un mese e mezzo che sono qua, se si esclude la parentesi di budapest, bilancio? Oggi mi sento a casa, anche qui, in un piccolo paesino di montagna near Trento, che ogni giorno scopro di più, che ogni giorno mi rivela uno squarcio nuovo, un'improvvisa apertura su una valle o su dei monti...monti che sto imparando ad apprezzare. Oggi sono andata a correre e, per quanto le mie prestazioni siano ancora piuttosto scarse, la cosa mi aiuta a familiarizzare con il posto, mi aiuta a sentirmi a casa, appunto. Con in cuffia i Negrita corro, corro, corro, tra le montagne, il verde, le casette con i balconi in legno e i fiori sul davanzale, così clichè e così vere. La gente innaffia il giardino, i bambini si dondolano sull'altalena nel prato e le coppie di mezz'età vanno a fare un giro in centro, che qui si traduce nel fare cento metri e andare al bar della piazza. Cose semplici, che sanno di passato. E' così fuori dal tempo, dal frastuno, dalla corsa che corro ogni giorno questo paese, e mentre io corro per smaltire le scorie di altre corse, meno salutari, lui è lì a guardarmi. Eppure inizia a piacermi davvero. Mi piace l'idea di essere in un posto lontano dalla città, dall'università, un posto dove posso trovare me stessa. Ormai conosco la strada che porta all'università, ogni singola curva, so dove e come scalare le marcie, conosco la strada secondaria, che solo i locali conoscono, insomma, inizio a sentirmi a casa. Ci sono piccoli gesti, che iniziano a diventare abitudine, ci sono posti che iniziano a diventare familiari, ci sono persone che iniziano ad essere parte delle mie giornate...piacevolmente parte. Bari, Ann Arbor, Trento, posti che sono, sono stati e saranno home, not only house.
mercoledì 20 maggio 2009
MandM's da meditazione
Di ritorno da budapest, da una conferenza, contenta. La tizia accanto a me non fa altro che ingurgidare mandm's (blogger non mi fa scrivere la e commerciale!), uno dietro l'altro, come se nemmeno avesse la cognizione di farlo, guarda fisso nel vuoto. E io mi domando se è una crisi affettiva, una voglia irrefrenabile di alzare il livello di colesterolo, o semplicemente se, come il vino, anche gli m&m possono essere "da meditazione".
Sono ormai tre anni consecutivi che partecipo a questa conferenza e ormai conosco tutti, ogni anno è un po' come il ritrovarsi di una grande famiglia per le feste, con gli amici più cari, i parenti che ami e quelli che a mala pena sopporti.
Ogni anno qualcosa è cambiato, mentre qualcosaltro non cambia mai. Quest'anno, per esempio, non si è più PhD student, c'è chi è entrato nell'olimpo dei faculty professor, chi è post-doc e chi deve ancora capire cosa fare. Si cresce, famiglie a carico, e per la prima volta ho visto una mamma con il suo bambino di un anno cercare di ascoltare i talk della conferenza, ed essere puntualmente costretta ad uscire ai primi pianti.
Si cresce, ci si racconta, mogli, mariti, fidanzati/e al seguito o lasciati a casa, e poi le storie dell'ultimo anno, sempre più persone che tornano a casa dopo essere emigrati all'estero.
E così incontro due ragazzi greci, tornati dall'inghilterra nella loro terra e costretti a fare 6 mesi di servizio militare, invece che due anni (ma va già bene!). L'anno scorso mi avevano detto che per finire il PhD avevano disertato ed erano "ricercati" e non potevano più tornare in Grecia con voli diretti,ma, at the end, tutto è bene quello che finisce bene.
E poi un altro ragazzo italiano, che era sempre in Inghilterra l'anno scorso ed aveva lasciato la moglie in Italia, dopo ben 9 concorsi, tutti "già assegnati", (ma non a lui) alla fine, finalmente, ce l'ha fatta a tornare. Storie di ordinaria immigrazione e ritorni.
Io invece, sono emigrata a Trento, anche io avevo una novità quest'anno.
Quante vite, quante storie in questo mini-mondo da conferenza, quante birre bevute in compagnia, raccontandosi, confidandosi le proprie speranze. Ed è strano, anche se ci si vede una volta all'anno, alla fine basta essere lontani da casa, in una città straniera, ed è come conoscersi da sempre.
L'aereo mi aspetta, si torna a casa, nel cuore la bellezza di budapest, le sue luci, il danubio.
Ci si vede l'anno prossimo, per raccontarsi ancora.
Sono ormai tre anni consecutivi che partecipo a questa conferenza e ormai conosco tutti, ogni anno è un po' come il ritrovarsi di una grande famiglia per le feste, con gli amici più cari, i parenti che ami e quelli che a mala pena sopporti.
Ogni anno qualcosa è cambiato, mentre qualcosaltro non cambia mai. Quest'anno, per esempio, non si è più PhD student, c'è chi è entrato nell'olimpo dei faculty professor, chi è post-doc e chi deve ancora capire cosa fare. Si cresce, famiglie a carico, e per la prima volta ho visto una mamma con il suo bambino di un anno cercare di ascoltare i talk della conferenza, ed essere puntualmente costretta ad uscire ai primi pianti.
Si cresce, ci si racconta, mogli, mariti, fidanzati/e al seguito o lasciati a casa, e poi le storie dell'ultimo anno, sempre più persone che tornano a casa dopo essere emigrati all'estero.
E così incontro due ragazzi greci, tornati dall'inghilterra nella loro terra e costretti a fare 6 mesi di servizio militare, invece che due anni (ma va già bene!). L'anno scorso mi avevano detto che per finire il PhD avevano disertato ed erano "ricercati" e non potevano più tornare in Grecia con voli diretti,ma, at the end, tutto è bene quello che finisce bene.
E poi un altro ragazzo italiano, che era sempre in Inghilterra l'anno scorso ed aveva lasciato la moglie in Italia, dopo ben 9 concorsi, tutti "già assegnati", (ma non a lui) alla fine, finalmente, ce l'ha fatta a tornare. Storie di ordinaria immigrazione e ritorni.
Io invece, sono emigrata a Trento, anche io avevo una novità quest'anno.
Quante vite, quante storie in questo mini-mondo da conferenza, quante birre bevute in compagnia, raccontandosi, confidandosi le proprie speranze. Ed è strano, anche se ci si vede una volta all'anno, alla fine basta essere lontani da casa, in una città straniera, ed è come conoscersi da sempre.
L'aereo mi aspetta, si torna a casa, nel cuore la bellezza di budapest, le sue luci, il danubio.
Ci si vede l'anno prossimo, per raccontarsi ancora.
lunedì 11 maggio 2009
Tra le montagne
Trento. Di nuovo una partenza, una nuova avventura, un nuovo viaggio. Scrivo e davanti a me il paese che mi accoglie, la mia nuova casa, il mio nuovo posto. Tutto intorno le montagne. Che strano, non ci sono abituata, sono abituata ad avere il cielo sgombro intorno, senza confini, senza contorno.
La gente di qui dice che non può stare senza montagne, che quando è in altri posti ne sente la mancanza. Posso immaginarlo, quando sei abituato a vederle fin da bambino a contornare il tuo cielo in qualsiasi altro posto ti senti a disagio, tra le montagne, invece, ti senti protetto e difeso.
Il mio feeling con le montagne è strano, a volte mi sembrano troppo cosa, soprattutto quando il sole va via, come adesso.
Ma durante il giorno sono meravigliose, illuminate dal sole, risplendono, soprattutto quelle che hanno la cima innevata e sono così belle.
Mi incanto a volte a guardarle e cerco di fare mia la loro bellezza, di capirle, di sentirle, come le sentono loro, i trentini, ma non so se potrò mai riuscirci, non sono nata qua.
Mi manca il mare? Mah, non so, il mare è in completa antitesi con queste montagne, spazio aperto, senza confini e senza contorni. Ma entrambi risplendono illuminati dal sole.
Perchè sono partita? Perchè sono inguaribilmente curiosa, perchè voglio vedere sempre cosa c'è oltre, esplorare altre possibilità, altre vite, conoscere altre storie.
Sono venuta per “sentire” le montagne e capirle.
E così, appena un anno dopo essere tornata dal Michigan, riparto di nuovo, per un'altra avventura, stay tuned. :)
La gente di qui dice che non può stare senza montagne, che quando è in altri posti ne sente la mancanza. Posso immaginarlo, quando sei abituato a vederle fin da bambino a contornare il tuo cielo in qualsiasi altro posto ti senti a disagio, tra le montagne, invece, ti senti protetto e difeso.
Il mio feeling con le montagne è strano, a volte mi sembrano troppo cosa, soprattutto quando il sole va via, come adesso.
Ma durante il giorno sono meravigliose, illuminate dal sole, risplendono, soprattutto quelle che hanno la cima innevata e sono così belle.
Mi incanto a volte a guardarle e cerco di fare mia la loro bellezza, di capirle, di sentirle, come le sentono loro, i trentini, ma non so se potrò mai riuscirci, non sono nata qua.
Mi manca il mare? Mah, non so, il mare è in completa antitesi con queste montagne, spazio aperto, senza confini e senza contorni. Ma entrambi risplendono illuminati dal sole.
Perchè sono partita? Perchè sono inguaribilmente curiosa, perchè voglio vedere sempre cosa c'è oltre, esplorare altre possibilità, altre vite, conoscere altre storie.
Sono venuta per “sentire” le montagne e capirle.
E così, appena un anno dopo essere tornata dal Michigan, riparto di nuovo, per un'altra avventura, stay tuned. :)
mercoledì 22 aprile 2009
L'ultimo baluardo: il portiere
Quando dico che gioco a calcio la gente resta sempre un po' interdetta, uno, perchè non è che sia uno sport prettamente femminile e, due, perchè non è che io incarni lo stereotipo della calciatrice: non ho i polpacci grandi e nemmeno i capelli corti. Nella mia squadra siamo tutte molto femminili, non si direbbe che siamo aspiranti calciatrici, almeno secondo lo stereotipo comune. Quando mi chiedono perchè abbia scelto di giocare a calcio rispondo, subito, d'istinto: perchè è uno sport di squadra e perchè si può praticare all'aria aperta. Non è che sia, infatti, un grande talento, ma giocare mi è sempre piaciuto, e non riesco a fare nessun altro sport, se non quello. In primis perchè mi piace l'idea del gruppo che fatica e si diverte con un obiettivo comune.
Non troverei possibile, altrimenti, correre, saltare, sudare, se non per uno scopo: giocare meglio in partita, essere più agile e più veloce. Odio la palestra, perchè non trovo lo scopo.
E così, l'altra sera siamo andate a giocare fuori casa, per me era l'ultima volta, almeno per questa stagione, speravo di segnare almeno un gol, visto che mi fregio, immeritatamente, del titolo di centravanti, anche se sono molto più brava nell'ultimo passaggio smarcante, un po' come Cassano con Pazzini, giusto per esagerare ancora un po' con i paragoni. :)
L'altra sera ci mancava il portiere, anzi tutti e due, e allora il nostro mister ha chiesto un volontario. Io non ho esitato a propormi, ho giocato anche in porta, di tanto in tanto, per gioco appunto, niente di serio. Lui mi ha chiesto se me la sentivo di “sacrificarmi”, ma per me non era davvero un sacrificio, anzi, mi sentivo di poter essere utile in quel momento per la squadra, e non mi importava se non era il mio ruolo, non mi interessa brillare, mi interessa che la mia squadra vinca, o almeno, se perde, che lo faccia combattendo sino all'ultimo minuto. ;)
Quando ho indossato la divisa del portiere e i guanti, per la mia prima volta, ho iniziato a pensare che forse ero stata troppo affrettata nel propormi...
La partita è iniziata e dopo neanche 5 minuti mi sono ritrovata con l'attaccante avversaria che si involava da sola verso la porta. In quel momento non potevo guardare intorno a me, ma ho sentito, chiaramente, tutti gli sguardi su di me, sentivo che le mie compagne, in campo e in panchina, il mister, tutti speravano, ma nel contempo sapevano già che sarebbe stato goal. Sono uscita, come si fa, per “chiudere lo specchio” della porta, lei ha tirato, io ho deviato con la punta del piede cadendo in scivolata, e cadendo mi sono girata verso la porta guardando il pallone toccare il palo e poi scivolare fuori!
E in quel momento ho sentito le grida di gioia dalla panchina e rosy, il mio difensore, che veniva ad abbracciarmi. Ma in quel momento ho anche realizzato l'incredibile responsabilità del ruolo, che sei davvero “l'ultimo uomo” e se sbagli non è come sbagliare un passaggio o anche un goal, è molto peggio.
Più volte mi sono trovata faccia a faccia, da sola con l'avversario, ho fatto quello che potevo, a volte ho parato a volte no. Ho fatto del mio meglio, sentendo il peso della partita sulle mie spalle, per tutta la partita, e quando l'arbitro ha fischiato la fine mi sono gettata a terra e ho chiuso gli occhi e pensato: “meno male che è finita, non ce la facevo più!” Poi, dopo, sono andata ad abbracciare le mie compagne, tutte mi facevano i compimenti e dicevano “abbiamo trovato un portiere!”. Anche il mister, serio, mi ha fatto i complimenti, e non me li aveva mai fatti. Che abbia scoperto una nuova vocazione? Non lo so, so solo che ero felice, felice perchè, al di là del risultato, avevo dato un contributo alla squadra, mi ero spesa per loro, insieme avevamo giocato...a calcio, e tanto mi basta.
Non troverei possibile, altrimenti, correre, saltare, sudare, se non per uno scopo: giocare meglio in partita, essere più agile e più veloce. Odio la palestra, perchè non trovo lo scopo.
E così, l'altra sera siamo andate a giocare fuori casa, per me era l'ultima volta, almeno per questa stagione, speravo di segnare almeno un gol, visto che mi fregio, immeritatamente, del titolo di centravanti, anche se sono molto più brava nell'ultimo passaggio smarcante, un po' come Cassano con Pazzini, giusto per esagerare ancora un po' con i paragoni. :)
L'altra sera ci mancava il portiere, anzi tutti e due, e allora il nostro mister ha chiesto un volontario. Io non ho esitato a propormi, ho giocato anche in porta, di tanto in tanto, per gioco appunto, niente di serio. Lui mi ha chiesto se me la sentivo di “sacrificarmi”, ma per me non era davvero un sacrificio, anzi, mi sentivo di poter essere utile in quel momento per la squadra, e non mi importava se non era il mio ruolo, non mi interessa brillare, mi interessa che la mia squadra vinca, o almeno, se perde, che lo faccia combattendo sino all'ultimo minuto. ;)
Quando ho indossato la divisa del portiere e i guanti, per la mia prima volta, ho iniziato a pensare che forse ero stata troppo affrettata nel propormi...
La partita è iniziata e dopo neanche 5 minuti mi sono ritrovata con l'attaccante avversaria che si involava da sola verso la porta. In quel momento non potevo guardare intorno a me, ma ho sentito, chiaramente, tutti gli sguardi su di me, sentivo che le mie compagne, in campo e in panchina, il mister, tutti speravano, ma nel contempo sapevano già che sarebbe stato goal. Sono uscita, come si fa, per “chiudere lo specchio” della porta, lei ha tirato, io ho deviato con la punta del piede cadendo in scivolata, e cadendo mi sono girata verso la porta guardando il pallone toccare il palo e poi scivolare fuori!
E in quel momento ho sentito le grida di gioia dalla panchina e rosy, il mio difensore, che veniva ad abbracciarmi. Ma in quel momento ho anche realizzato l'incredibile responsabilità del ruolo, che sei davvero “l'ultimo uomo” e se sbagli non è come sbagliare un passaggio o anche un goal, è molto peggio.
Più volte mi sono trovata faccia a faccia, da sola con l'avversario, ho fatto quello che potevo, a volte ho parato a volte no. Ho fatto del mio meglio, sentendo il peso della partita sulle mie spalle, per tutta la partita, e quando l'arbitro ha fischiato la fine mi sono gettata a terra e ho chiuso gli occhi e pensato: “meno male che è finita, non ce la facevo più!” Poi, dopo, sono andata ad abbracciare le mie compagne, tutte mi facevano i compimenti e dicevano “abbiamo trovato un portiere!”. Anche il mister, serio, mi ha fatto i complimenti, e non me li aveva mai fatti. Che abbia scoperto una nuova vocazione? Non lo so, so solo che ero felice, felice perchè, al di là del risultato, avevo dato un contributo alla squadra, mi ero spesa per loro, insieme avevamo giocato...a calcio, e tanto mi basta.
venerdì 10 aprile 2009
Eskimo
Qualche settimana fa sono capitata a Roma per caso, solo un week-end. Appena arrivata ho preso il bus che dalla stazione termini mi avrebbe portato a casa di mio zio e per ingannare il tempo ho preso a leggere uno di quei giornali gratuiti che la gente legge sui mezzi di trasporto pubblico e poi abbandona lì, per il prossimo passeggero.
Stavo sfogliando distrattamente le pagine, quando ho letto una notizia che mi ha fatto sobbalzare, e controllare più volte la data sul mio giornale, e poi sull'orologio e poi sul giornale e poi, poiché non mi sembrava vero, ho chiesto anche ad un ignaro signore che era lì accanto.
Ecco la notizia: Francesco Guccini in concerto, domani al Palalottomatica!
Ora per capire il mio entusiasmo alle stelle uno dovrebbe conoscere:
A- la mia sfrenata passione per questo cantante dall'età di sedici anni, prima musica seria ascoltata, primi moti di ribellione associati, tutte le canzoni più importanti imparate a memoria, i CD rigorosamente originali.
B- quanti pochi concerti Guccini faccia al sud e quindi la “quasi impossibilità” di incontrarlo live.
A questo proposito apro una piccola parentesi: nella mia vita da fan ho visto Guccini in concerto per tre volte: una volta ad Andria, una a Lecce ed una a Bari. Il concerto di Bari è stato forse il più brutto, una sera freddissima di settembre che sembrava gennaio, poca gente, poca voglia e io con la testa già in Michigan, eh si, perchè di lì a qualche giorno sarei partita. Però è stato quello che ha avuto l'epilogo più cinematografico e indimenticabile.
Finito il concerto andiamo a mangiare una pizza e dopo un po' chi ti arriva nella pizzeria? Proprio lui, con tutta la band, i musicisti e la compagna, roba da soccombere di emozione. Una cosa che se me l'avessero detta a sedici anni avrei pagato oro, ci avrei messo diecimila firme, ma non ci avrei creduto, non ci avrei mai creduto si potesse realizzare davvero. E si, perchè questo è un sogno di quelli che fai ad occhi aperti, quando ascolti le sue canzoni o magari leggi su internet di chi l'ha incontrato in pizzeria per caso e pensi come sarebbe (bello) se capitasse anche a te. Certo, confesso che se fosse successo a 16 anni forse mi sarebbe venuto un infarto, però, anche quindici anni dopo, l'emozione è stata forte. Ad un certo punto della serata, dopo aver smesso di guardarlo attonita, sono anche riuscita ad avvicinarmi e chiederli di poter fare una foto insieme, ma, soprattutto, sono riuscita a stringergli la manona! E poi in quei casi vorresti dire un sacco di cose, vorresti dire frasi intelligenti, che restino impresse, che ti distinguano nella massa indistinta dei fan, ma quali frasi intelligenti puoi dire in quei casi? Probabilmente nessuna e allora o resti zitta o finisci col dire una frase banale.
Ma questa era una parentesi, torniamo a Roma, torniamo al giornale, a quel concerto di Guccini. Dopo l'euforia iniziale un dubbio si affaccia subito alla mente: ma ci saranno ancora i biglietti?
Tempo di arrivare a casa, chiamo, tutto esaurito, internet tutto esaurito, provo su i siti di annunci, magari qualcuno li vende, niente. Ed ecco che poi arriva mio zio, con l'idea di andare lo stesso e comprare là i biglietti. Premetto che ciò mi creava un “forte” problema morale, non amo il bagarinaggio e soprattutto chi approfitta delle passioni della gente.
E qui apro un'altra parentesi, ma questa volta proprio piccola, avevo acquistato i biglietti per il 6 nazioni di rugby, non potendoci più andare, li ho venduti su internet. Ho avuto la tentazione di venderli ad un prezzo di poco maggiorato, senza arrivare al x5 degli altri su eBay, ma poi mi sono ricordata dei post di Marco Travaglio, del senso di legalità che da un po' mi permane, e ho venduto il tutto a prezzo di costo. Un po' mi è costato fatica, all'inizio, ma sono sicura di aver fatto la scelta giusta ed è questo, alla fine, l'unica cosa che conta.
Torniamo a Roma, mio zio supereroe esce un po' prima da lavoro, passa a prendermi, e andiamo. Fa freddo e di biglietti nessuna traccia. Stiamo fuori due ore, dopo un po' inizia anche a piovere, io voglio andare via, ho freddo, non ce la faccio più e non voglio più vedere gente felice con il biglietto che entra senza problemi, e va bene, sarà per un'altra volta...
Ma mio zio non desiste, a mezz'ora dal concerto ci offrono dei biglietti a prezzi immorali, dopo un po' iniziano a scendere, quando scendono a prezzi accettabili do a mio zio il consenso, va bene, possiamo comprarli, d'altronde, penso, questo potrebbe essere l'ultimo concerto che vedrò, Guccini andrà prima o poi in pensione o io, prima o poi, non ci potrò andare più...
Entriamo felici, io ho ritrovato l'entusiasmo, è così bello vedere quanto sia variegato il pubblico, che va dai sedicenni esaltati (come lo ero io) ai sessantenni pieni di risorse (come è ancora Guccini).
Entra, noi siamo vicinissimi al palco, posso vederlo benissimo, si parte con la solita canzone.
Il concerto scorre via troppo veloce, lui parla tanto, ed è arguto e sagace come sempre.
Canta le sue canzoni più belle, quelle che mi piacciono di più.
E il concerto vola via veloce, sino alla Locomotiva, e come sempre la voce non mi basta, dopo 2 ore di canzoni, non ce la faccio mai a gridare come vorrei: “...e sembra dire ai contadini curvi, quel fischio che si spande in aria, fratello non temere che corro al mio dovere, trionfi la giustizia proletaria, trionfi la giustizia proletaria, trionfi la giustizia proletaria!”
In tutto ciò, l'unica nota stonata è che noto, per la prima volta, in quante sue canzoni ci sia la parola ventanni, come in “Farewell”: e sorridevi e sapevi sorridere, con i tuoi ventanni portati così, come si porta un maglione sformato su un paio di jeans o in “Eskimo”: perchè a ventanni è tutto ancora intero, a ventanni è tutto o chi lo sa, a ventanni si è stupidi davvero, quante balle si hanno in testa a quell'età.
E penso che io di anni ne ho ventinove, e che quello è sicuramente l'ultimo concerto di Guccini in cui sono nella fascia dei venti e mi posso immedesimare in quel “quante balle si hanno in testa a quell'età”, e poi anche se non ne ho ancora trenta è già un po' vero che ormai “non è più tutto intero”. Rifletto su questo e sono un po' triste, ma solo un po', per un momento penso anche che non andrò più ad un suo concerto per non sentire più quelle frasi, ma so già che è solo il pensiero di un momento, che domani avrò già dimenticato.
Torniamo dal concerto, le parole di Eskimo mi ritornano in mente, sento che inizio a “vivere davvero la canzone”. Mio zio, a casa, vuole farmi vedere una cosa, apre l'armadio e scopre, non credo ai miei occhi, un eskimo! Ormai a lui non va più, troppo stretto, ma non so perchè lo conserva lo stesso, vorrebbe regalarmelo, lo provo, troppo grande!
E penso ancora alla canzone, a quell'eskimo troppo piccolo per lui e troppo grande per me, che un giorno, però è stato (o sarà) giusto, per entrambi, ora non ancora o non più. E penso che è la vita, che purtroppo non si può fermare, ma ogni volta è qualcosa in più, un ricordo, una canzone, un'emozione.
Stavo sfogliando distrattamente le pagine, quando ho letto una notizia che mi ha fatto sobbalzare, e controllare più volte la data sul mio giornale, e poi sull'orologio e poi sul giornale e poi, poiché non mi sembrava vero, ho chiesto anche ad un ignaro signore che era lì accanto.
Ecco la notizia: Francesco Guccini in concerto, domani al Palalottomatica!
Ora per capire il mio entusiasmo alle stelle uno dovrebbe conoscere:
A- la mia sfrenata passione per questo cantante dall'età di sedici anni, prima musica seria ascoltata, primi moti di ribellione associati, tutte le canzoni più importanti imparate a memoria, i CD rigorosamente originali.
B- quanti pochi concerti Guccini faccia al sud e quindi la “quasi impossibilità” di incontrarlo live.
A questo proposito apro una piccola parentesi: nella mia vita da fan ho visto Guccini in concerto per tre volte: una volta ad Andria, una a Lecce ed una a Bari. Il concerto di Bari è stato forse il più brutto, una sera freddissima di settembre che sembrava gennaio, poca gente, poca voglia e io con la testa già in Michigan, eh si, perchè di lì a qualche giorno sarei partita. Però è stato quello che ha avuto l'epilogo più cinematografico e indimenticabile.
Finito il concerto andiamo a mangiare una pizza e dopo un po' chi ti arriva nella pizzeria? Proprio lui, con tutta la band, i musicisti e la compagna, roba da soccombere di emozione. Una cosa che se me l'avessero detta a sedici anni avrei pagato oro, ci avrei messo diecimila firme, ma non ci avrei creduto, non ci avrei mai creduto si potesse realizzare davvero. E si, perchè questo è un sogno di quelli che fai ad occhi aperti, quando ascolti le sue canzoni o magari leggi su internet di chi l'ha incontrato in pizzeria per caso e pensi come sarebbe (bello) se capitasse anche a te. Certo, confesso che se fosse successo a 16 anni forse mi sarebbe venuto un infarto, però, anche quindici anni dopo, l'emozione è stata forte. Ad un certo punto della serata, dopo aver smesso di guardarlo attonita, sono anche riuscita ad avvicinarmi e chiederli di poter fare una foto insieme, ma, soprattutto, sono riuscita a stringergli la manona! E poi in quei casi vorresti dire un sacco di cose, vorresti dire frasi intelligenti, che restino impresse, che ti distinguano nella massa indistinta dei fan, ma quali frasi intelligenti puoi dire in quei casi? Probabilmente nessuna e allora o resti zitta o finisci col dire una frase banale.
Ma questa era una parentesi, torniamo a Roma, torniamo al giornale, a quel concerto di Guccini. Dopo l'euforia iniziale un dubbio si affaccia subito alla mente: ma ci saranno ancora i biglietti?
Tempo di arrivare a casa, chiamo, tutto esaurito, internet tutto esaurito, provo su i siti di annunci, magari qualcuno li vende, niente. Ed ecco che poi arriva mio zio, con l'idea di andare lo stesso e comprare là i biglietti. Premetto che ciò mi creava un “forte” problema morale, non amo il bagarinaggio e soprattutto chi approfitta delle passioni della gente.
E qui apro un'altra parentesi, ma questa volta proprio piccola, avevo acquistato i biglietti per il 6 nazioni di rugby, non potendoci più andare, li ho venduti su internet. Ho avuto la tentazione di venderli ad un prezzo di poco maggiorato, senza arrivare al x5 degli altri su eBay, ma poi mi sono ricordata dei post di Marco Travaglio, del senso di legalità che da un po' mi permane, e ho venduto il tutto a prezzo di costo. Un po' mi è costato fatica, all'inizio, ma sono sicura di aver fatto la scelta giusta ed è questo, alla fine, l'unica cosa che conta.
Torniamo a Roma, mio zio supereroe esce un po' prima da lavoro, passa a prendermi, e andiamo. Fa freddo e di biglietti nessuna traccia. Stiamo fuori due ore, dopo un po' inizia anche a piovere, io voglio andare via, ho freddo, non ce la faccio più e non voglio più vedere gente felice con il biglietto che entra senza problemi, e va bene, sarà per un'altra volta...
Ma mio zio non desiste, a mezz'ora dal concerto ci offrono dei biglietti a prezzi immorali, dopo un po' iniziano a scendere, quando scendono a prezzi accettabili do a mio zio il consenso, va bene, possiamo comprarli, d'altronde, penso, questo potrebbe essere l'ultimo concerto che vedrò, Guccini andrà prima o poi in pensione o io, prima o poi, non ci potrò andare più...
Entriamo felici, io ho ritrovato l'entusiasmo, è così bello vedere quanto sia variegato il pubblico, che va dai sedicenni esaltati (come lo ero io) ai sessantenni pieni di risorse (come è ancora Guccini).
Entra, noi siamo vicinissimi al palco, posso vederlo benissimo, si parte con la solita canzone.
Il concerto scorre via troppo veloce, lui parla tanto, ed è arguto e sagace come sempre.
Canta le sue canzoni più belle, quelle che mi piacciono di più.
E il concerto vola via veloce, sino alla Locomotiva, e come sempre la voce non mi basta, dopo 2 ore di canzoni, non ce la faccio mai a gridare come vorrei: “...e sembra dire ai contadini curvi, quel fischio che si spande in aria, fratello non temere che corro al mio dovere, trionfi la giustizia proletaria, trionfi la giustizia proletaria, trionfi la giustizia proletaria!”
In tutto ciò, l'unica nota stonata è che noto, per la prima volta, in quante sue canzoni ci sia la parola ventanni, come in “Farewell”: e sorridevi e sapevi sorridere, con i tuoi ventanni portati così, come si porta un maglione sformato su un paio di jeans o in “Eskimo”: perchè a ventanni è tutto ancora intero, a ventanni è tutto o chi lo sa, a ventanni si è stupidi davvero, quante balle si hanno in testa a quell'età.
E penso che io di anni ne ho ventinove, e che quello è sicuramente l'ultimo concerto di Guccini in cui sono nella fascia dei venti e mi posso immedesimare in quel “quante balle si hanno in testa a quell'età”, e poi anche se non ne ho ancora trenta è già un po' vero che ormai “non è più tutto intero”. Rifletto su questo e sono un po' triste, ma solo un po', per un momento penso anche che non andrò più ad un suo concerto per non sentire più quelle frasi, ma so già che è solo il pensiero di un momento, che domani avrò già dimenticato.
Torniamo dal concerto, le parole di Eskimo mi ritornano in mente, sento che inizio a “vivere davvero la canzone”. Mio zio, a casa, vuole farmi vedere una cosa, apre l'armadio e scopre, non credo ai miei occhi, un eskimo! Ormai a lui non va più, troppo stretto, ma non so perchè lo conserva lo stesso, vorrebbe regalarmelo, lo provo, troppo grande!
E penso ancora alla canzone, a quell'eskimo troppo piccolo per lui e troppo grande per me, che un giorno, però è stato (o sarà) giusto, per entrambi, ora non ancora o non più. E penso che è la vita, che purtroppo non si può fermare, ma ogni volta è qualcosa in più, un ricordo, una canzone, un'emozione.
giovedì 9 aprile 2009
Passateparola
Ecco qualcosa che voglio condividere con voi. In realtà ce ne sarebbe molto più di una...ma scelgo questa: la Giustizia. Ho sempre pensato di avere un profondo ed innato senso di giustizia, ma invece, qualche mese fa, mi sono accorta che non è che ne avessi molto. Il fatto è che molte cose, che non sono "giuste", con il tempo lo diventano, per il semplice fatto che così "fan tutti" e ci sembrano normali, e giuste, anche quando non lo sono.
Potrei elencare una serie infinita di esempi, ma ne farò uno per tutti: il biglietto sull'autobus.
A bari il biglietto sul bus, per la maggioranza delle persone, è normale non farlo e fino a poco tempo fa mi sembrava anche giusto, semplicemente perchè nessuno lo fa e io non sono mica più scema degli altri. Eppure, quando sono stata ad Edimburgo, a Sidney, a Dublino, mi sembrava normale pagare per il servizio e giusto, anche perchè tutti lo facevano.
Poi ritornavo a Bari e ritornavo nel mio torpore. Tutto questo fino a quando ho iniziato a leggere il blog di Marco Travaglio, e ho iniziato ad indignarmi per l'assoluta mancanza di giustizia che caratterizza questa terra martoriata che è l'Italia, ma, molto di più, mi sono indignata per la totale indifferenza "degli altri", come se i fatti, pur gravi, denunciati da Travaglio, fossero normali e quindi non "denuciabili". Normale che un ministro (o peggio, il capo del governo) inquisito non si dimetta, normale, perchè in Italia è sempre stato normale. All'inizio ero indignata, poi l'indignazione ha lasciato il posto alla tristezza, al senso di impotenza, al pensiero che io non potevo, non potevo nulla di fronte alla montagna di ingiustizia che ci adombrava.
E poi mi sono appassionata al caso De Magistris, ho ricostruito quello che era successo mentre io ero felice e ignara in Michigan, e la tristezza mi ha assalito maggiormente.
Non solo per l'ingiustizia che continuava a perpetuarsi, ma anche perchè pensavo a quest'uomo, a come doveva sentirsi, condannato ingiustamente dai media e dai suoi stessi colleghi, a quanto doveva essere depresso, se io lo ero per il solo fatto di conoscere la sua storia.
E poi, per caso, ho letto una sua intervista, ed è stato come un lampo che inaspettatamente illumina la notte, diceva che aveva fatto il concorso in magistratura negli stessi mesi in cui si compivano le stragi di mafia, mentre Falcone e Borsellino venivano barbaramente uccisi e che era entrato in magistratura con il desiderio di percorrere i loro stessi passi.
E non sembrava per niente un uomo sconfitto o depresso, per niente piegato, e ho pensato che forse niente può piegarci se rimaniamo fedeli a noi stessi e ai più alti ideali, se combattiamo per una causa giusta, se ci anima e ci trasporta il senso di giustizia.
Ed è così che è rinato in me il senso di giustizia, che finalmente ho capito che se De Magistris era lì, ancora a testa alta, con la voglia di non arrendersi, io non potevo arrendermi.
E ho anche capito cosa potevo fare per iniziare a cambiare incrementalmente le cose, che non era ncessario fare grandi gesti, che, per prima cosa, bisognava che il senso di giustizia ritornasse ad avere un suo posto, perchè tutti i mali derivano da quello, dal fatto che non ci "scandalizziamo" più e tutto ci sembra normale.
E allora ho iniziato a timbrare il biglietto sull'autobus, chi mi vede resta sorpreso, altri girano la testa per non vedere, altri lo timbrano con me. Quando ad essere gli unici saranno quelli che non timbrano, e non quelli che timbrano il biglietto, qualcosa sarà cambiato e non solo su quell'autobus.
Riportate questo semplice esempio ai mille contesti della società dove le cose non funzionano perchè "noi", per primi, non le facciamo funzionare.
E allora basta lamentarsi, se vogliamo cambiare dobbiamo passare dalle parole all'azione.
"Le parole muovono, ma l'esempio trascina". Passateparola. :)
Potrei elencare una serie infinita di esempi, ma ne farò uno per tutti: il biglietto sull'autobus.
A bari il biglietto sul bus, per la maggioranza delle persone, è normale non farlo e fino a poco tempo fa mi sembrava anche giusto, semplicemente perchè nessuno lo fa e io non sono mica più scema degli altri. Eppure, quando sono stata ad Edimburgo, a Sidney, a Dublino, mi sembrava normale pagare per il servizio e giusto, anche perchè tutti lo facevano.
Poi ritornavo a Bari e ritornavo nel mio torpore. Tutto questo fino a quando ho iniziato a leggere il blog di Marco Travaglio, e ho iniziato ad indignarmi per l'assoluta mancanza di giustizia che caratterizza questa terra martoriata che è l'Italia, ma, molto di più, mi sono indignata per la totale indifferenza "degli altri", come se i fatti, pur gravi, denunciati da Travaglio, fossero normali e quindi non "denuciabili". Normale che un ministro (o peggio, il capo del governo) inquisito non si dimetta, normale, perchè in Italia è sempre stato normale. All'inizio ero indignata, poi l'indignazione ha lasciato il posto alla tristezza, al senso di impotenza, al pensiero che io non potevo, non potevo nulla di fronte alla montagna di ingiustizia che ci adombrava.
E poi mi sono appassionata al caso De Magistris, ho ricostruito quello che era successo mentre io ero felice e ignara in Michigan, e la tristezza mi ha assalito maggiormente.
Non solo per l'ingiustizia che continuava a perpetuarsi, ma anche perchè pensavo a quest'uomo, a come doveva sentirsi, condannato ingiustamente dai media e dai suoi stessi colleghi, a quanto doveva essere depresso, se io lo ero per il solo fatto di conoscere la sua storia.
E poi, per caso, ho letto una sua intervista, ed è stato come un lampo che inaspettatamente illumina la notte, diceva che aveva fatto il concorso in magistratura negli stessi mesi in cui si compivano le stragi di mafia, mentre Falcone e Borsellino venivano barbaramente uccisi e che era entrato in magistratura con il desiderio di percorrere i loro stessi passi.
E non sembrava per niente un uomo sconfitto o depresso, per niente piegato, e ho pensato che forse niente può piegarci se rimaniamo fedeli a noi stessi e ai più alti ideali, se combattiamo per una causa giusta, se ci anima e ci trasporta il senso di giustizia.
Ed è così che è rinato in me il senso di giustizia, che finalmente ho capito che se De Magistris era lì, ancora a testa alta, con la voglia di non arrendersi, io non potevo arrendermi.
E ho anche capito cosa potevo fare per iniziare a cambiare incrementalmente le cose, che non era ncessario fare grandi gesti, che, per prima cosa, bisognava che il senso di giustizia ritornasse ad avere un suo posto, perchè tutti i mali derivano da quello, dal fatto che non ci "scandalizziamo" più e tutto ci sembra normale.
E allora ho iniziato a timbrare il biglietto sull'autobus, chi mi vede resta sorpreso, altri girano la testa per non vedere, altri lo timbrano con me. Quando ad essere gli unici saranno quelli che non timbrano, e non quelli che timbrano il biglietto, qualcosa sarà cambiato e non solo su quell'autobus.
Riportate questo semplice esempio ai mille contesti della società dove le cose non funzionano perchè "noi", per primi, non le facciamo funzionare.
E allora basta lamentarsi, se vogliamo cambiare dobbiamo passare dalle parole all'azione.
"Le parole muovono, ma l'esempio trascina". Passateparola. :)
giovedì 26 marzo 2009
Il calcio...poesia
Pensavo a quanto poetica sia la canzone “Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore...” e quanto è poetico il calcio. Si, poesia. Come quando si sale tutte sul pullmino, che ci porterà lontano come stasera, kilometri su kilometri per vivere, ancora insieme, un'altra avventura. Le file degli alberi di ulivo scorrono veloci, noi pure, e io che penso “Sono felice, sto vivendo un sogno”.
E poi arriviamo e si indossa con orgoglio la divisa, il tuo numero, il numero 13. E mi vesto con lentezza, dando importanza ad ogni gesto, come si conviene ai gesti rituali, per assaporarli e viverne fino in fondo l'importanza. E così entriamo in campo, uno sguardo alle avversarie, cercando di scrutarle per capire, immaginare come andrà. E poi tutte schierate, il rituale della monetina, il saluto, mani che scorrono, il fischio di inizio.
Non avrei mai creduto che finalmente, quando pensavo che ormai fosse troppo tardi, questo mio sogno di bambina si sarebbe finalmente avverato, quando ormai non ci credevo più, quando ormai ogni speranza sembrava persa...ma la speranza non è mai persa. E così sono lì anche io a giocare, finalmente un torneo ufficiale, e si fa fatica a pensare che non sia tutto un sogno, che sia realtà, tanto mi sembra un dono inaspettato.
Passano i minuti, una distrazione e loro passano in vantaggio. Ma il terreno è umido, la palla è scivolosa, proviamo, palo, proviamo ancora e ancora. E poi, finalmente, la fortuna è dalla nostra parte e una deviazione ci aiuta, pareggiamo. Fatica, si fa fatica, ma si lotta, sempre sul filo. Poi una mischia in aria, la palla arriva sul piede giusto, tiro da fuori aria, goal!
Insperato, bellissimo! Lottiamo ancora per difendere il vantaggio, manca un minuto. C'è tensione, c'è nervosismo, ma bisognerebbe stare calmi, si bisognerebbe. La palla è fuori, è nostra, ma l'arbitro sbaglia, sbaglia e assegna la rimessa contro, siamo scoperte, contropiede, tiro, goal. No, chiudo gli occhi, poi li riapro e guardo il mister, sperando ci sia ancora una possibilità, ma lui sembra (o cerca di essere) impassibile.
L'arbitro fischia la fine.
E io che già mi immaginavo e pregustavo gli abbracci, i salti, la gioia, le canzoni nel viaggio di ritorno.
Non sarà per questa volta; la prossima volta, saremo più furbe; più scaltre; più ciniche; avremo imparato la lezione, si, forse. O forse commetteremo gli stessi errori, chissà.
In fondo abbiamo pareggiato, ma è un pareggio che per noi ha il sapore della sconfitta e per le altre della vittoria. Due facce, una stessa medaglia.
E nel viaggio di ritorno siamo un po' silenziose e il mister vorrebbe che parlassimo, che commentassimo, ma il silenzio prevale, mentre gli ulivi scorrono sempre veloci. E allora parla lui: ci dice che siamo un bel gruppo, che è orgoglioso di noi, che abbiamo giocato bene ed è onorato di allenarci. E questa forse è la vittoria più bella. E piano piano la tristezza se ne va, o resta solo un sottofondo, come la canzone dei Negramaro che ora cantiamo tutte insieme: “Meraviglioso, ma come non ti accorgi di quanto il mondo sia meraviglioso...”.
E poi arriviamo e si indossa con orgoglio la divisa, il tuo numero, il numero 13. E mi vesto con lentezza, dando importanza ad ogni gesto, come si conviene ai gesti rituali, per assaporarli e viverne fino in fondo l'importanza. E così entriamo in campo, uno sguardo alle avversarie, cercando di scrutarle per capire, immaginare come andrà. E poi tutte schierate, il rituale della monetina, il saluto, mani che scorrono, il fischio di inizio.
Non avrei mai creduto che finalmente, quando pensavo che ormai fosse troppo tardi, questo mio sogno di bambina si sarebbe finalmente avverato, quando ormai non ci credevo più, quando ormai ogni speranza sembrava persa...ma la speranza non è mai persa. E così sono lì anche io a giocare, finalmente un torneo ufficiale, e si fa fatica a pensare che non sia tutto un sogno, che sia realtà, tanto mi sembra un dono inaspettato.
Passano i minuti, una distrazione e loro passano in vantaggio. Ma il terreno è umido, la palla è scivolosa, proviamo, palo, proviamo ancora e ancora. E poi, finalmente, la fortuna è dalla nostra parte e una deviazione ci aiuta, pareggiamo. Fatica, si fa fatica, ma si lotta, sempre sul filo. Poi una mischia in aria, la palla arriva sul piede giusto, tiro da fuori aria, goal!
Insperato, bellissimo! Lottiamo ancora per difendere il vantaggio, manca un minuto. C'è tensione, c'è nervosismo, ma bisognerebbe stare calmi, si bisognerebbe. La palla è fuori, è nostra, ma l'arbitro sbaglia, sbaglia e assegna la rimessa contro, siamo scoperte, contropiede, tiro, goal. No, chiudo gli occhi, poi li riapro e guardo il mister, sperando ci sia ancora una possibilità, ma lui sembra (o cerca di essere) impassibile.
L'arbitro fischia la fine.
E io che già mi immaginavo e pregustavo gli abbracci, i salti, la gioia, le canzoni nel viaggio di ritorno.
Non sarà per questa volta; la prossima volta, saremo più furbe; più scaltre; più ciniche; avremo imparato la lezione, si, forse. O forse commetteremo gli stessi errori, chissà.
In fondo abbiamo pareggiato, ma è un pareggio che per noi ha il sapore della sconfitta e per le altre della vittoria. Due facce, una stessa medaglia.
E nel viaggio di ritorno siamo un po' silenziose e il mister vorrebbe che parlassimo, che commentassimo, ma il silenzio prevale, mentre gli ulivi scorrono sempre veloci. E allora parla lui: ci dice che siamo un bel gruppo, che è orgoglioso di noi, che abbiamo giocato bene ed è onorato di allenarci. E questa forse è la vittoria più bella. E piano piano la tristezza se ne va, o resta solo un sottofondo, come la canzone dei Negramaro che ora cantiamo tutte insieme: “Meraviglioso, ma come non ti accorgi di quanto il mondo sia meraviglioso...”.
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